L’indimenticabile luce liquida di Otar Iosseliani

Nel periodo in cui il cinema georgiano sta vivendo una stagione fertile grazie alle opere di autrici e autori che stanno elaborando nuovi entusiasmanti percorsi creativi, è scomparso uno dei sommi registi della cinematografia di quel Paese, Otar Iosseliani (così egli traslitterava il suo cognome dall’alfabeto georgiano – ma in Occidente è ugualmente noto come Ioseliani). Nato a Tbilisi il 2 febbraio 1934, è morto nella capitale della Georgia lo scorso 17 dicembre. Con lui se ne va un altro dei grandi cineasti contemporanei, una figura che ha diviso la sua carriera e la sua vita tra la Georgia e la Francia, scrivendo pagine memorabili di cinema dal 1958 (quando esordì con Acquarello, saggio di regia al Vgik di Mosca della durata di dieci minuti dove descriveva – con tocchi di neorealismo, espressionismo, comicità, musica e parole – la quotidianità di una povera famiglia contadina che supera le proprie incomprensioni grazie all’arte) al 2015 (quando firma il suo ultimo lungometraggio, Chant d’hiver, co-produzione tra Francia e Georgia, congedo dalla sua poetica surreale e leggiadra, di volta in volta messa in gioco con variazioni sul tema, che ha costituito la cifra più riconoscibile della sua arte, descrivendo attraverso il pre-testo delle dis-avventure di due amici ancora una volta la confusione di una società in un viavai infinito di situazioni). Tra questi due lavori, si colloca il resto di una filmografia leggendaria composta da un autore i cui studi iniziali non furono legati al cinema (si diplomò in pianoforte, composizione e direzione d’orchestra nel 1953 a Tbilisi e poi per due anni frequentò la facoltà di matematica a Mosca). Solo nel 1955 si iscrisse alla celebre scuola di cinema Vgik e mentre studiava fu montatore, aiuto regista e girò cinegiornali.

 

Chant d’hiver (2015)

 

Ma la strada era tracciata, non senza difficoltà. Diplomatosi in regia nel 1961, fa subito i conti con la censura sovietica che gli blocca il suo saggio di diploma Aprile (1962, uscirà nel 1974), storia di due innamorati e di mobili che “soffocano” il loro appartamento (e gli oggetti avranno sempre un ruolo fondamentale nel cinema di Iosseliani). Potrebbe essere la fine. Iosseliani abbandona il cinema per un paio d’anni, fa il marinaio e l’operaio metallurgico, prima di farvi ritorno nel 1964, anno di un altro cortometraggio, Ghisa, non casualmente girato in una fabbrica metallurgica, tessendo un legame tra vita privata e lavorativa. Il suo cinema avanza, la commedia – con tutta una serie di stratificazioni e modellazioni – è il “genere” cui guardare per raccontare gli individui e la società: quella georgiana, francese, africana, di un monastero in Italia… Ma sempre alla Georgia finiva per riferirsi, per sua stessa ammissione, anche se dagli anni Ottanta la maggior parte dei suoi film fu girata altrove. Essere “lì e altrove”, allo stesso tempo. Un filo rosso che si dipana opera dopo opera, insieme a quegli elementi ricorrenti che rendono così riconoscibile la sua filmografia: la musica, la coralità delle storie, l’umorismo spesso nero, il surreale, il grottesco – e la luce, meravigliosa, nitida, potente, liquida, ariosa sia essa diurna o notturna.

 

Un incendio visto da lontano (1989)

 

Se si volesse sintetizzare in una frase il cinema complesso di Iosseliani, il titolo originale di uno dei suoi film più sorprendenti ci verrebbe in aiuto: Et la lumière fut (in italiano Un incendio visto da lontano, del 1989). E la luce fu. La luce dà vita e forma alle immagini create da Iosseliani. Una luce – georgiana, parigina, senegalese (ma di un’Africa misteriosa e senza nome, antica, sventrata dal capitalismo), toscana… – che la macchina da presa accarezza con i suoi ampi movimenti, che rende corpo vivido illuminando strade, appartamenti, corpi in un andare e venire senza sosta che si rincorrono, sfiorano, incontrano, sempre in affanno e in fuga, che incrociano le loro traiettorie in una danza infinita di gesti, di sguardi, di parole. Sono personaggi insofferenti e dolenti, anarchici, flâneur, che – come Iosseliani – sono “lì e altrove”. Dal giovane musicista che va a zonzo per Tbilisi in C’era una volta un merlo canterino (il film che nel 1971 lo rende famoso) alla banda di ladri, prostitute, poliziotti, ricchi borghesi, mendicanti protagonisti di una vera e propria “ronde” in uno dei capolavori del regista, I favoriti della luna (1984), suo primo film a colori e primo lungometraggio realizzato in Francia, dove, dopo altri episodi di censura, si era stabilito nel 1982.

 

Addio terraferma (1999)

 

Cineasta apolide il cui percorso ri-conosciamo anche nel titolo di un altro suo film, Addio terraferma (1999), ulteriore dissertazione su centro e margini, città e periferia, strati sociali differenti di-segnati con impareggiabile lievità e profondità. La “terraferma” è in Iosseliani qualcosa di mobile, scivoloso, in cui inciampare e rialzarsi. Un set in continua trasformazione, un’immensa superficie “galleggiante” sulla quale i suoi tantissimi personaggi sfidano le leggi di gravità rifuggendo il concetto di stabilità e di equilibrio. Ancora e sempre bagnati da quella luce che, una volta accesa (“fut”), non si spegne più.