Lo sguardo umanista e l’impegno sociale di Laurent Cantet

Tous à la manif (1994)

Ci sarà un motivo in più per andare a vedere il bel film di Peter Marcias Uomini in marcia in sala dal primo giugno. Un documentario che, tra testimonianze odierne e materiali d’archivio, compie un viaggio nel mondo operaio italiano, con la Sardegna al centro, nelle lotte sindacali, nei diritti da conquistare e difendere. Tante le persone che intervengono, e tra loro Laurent Cantet che traccia un parallelo tra la miniera di Carbonia e il cantiere navale francese de La Ciotat e riflette sulla distanza tra quei luoghi e la memoria che portano e i giovani d’oggi che non si riconoscono più nell’appartenenza a una classe operaia. Parole dirette, efficaci, profonde – come diretto, efficace, profondo è stato il cinema del regista francese scomparso il 25 aprile all’età di 63 anni dopo una lunga malattia (era nato a Melle l’11 aprile 1961). Cantet ha scritto pagine fondamentali con i suoi film che hanno descritto argomenti e personaggi diversi con una lucidità di sguardo esemplare, spesso confrontandosi con il soggetto del lavoro (lo scorso anno il festival Job Film Days di Torino gli dedicò un omaggio al quale purtroppo l’autore non poté partecipare proprio per via di un aggravamento del suo stato di salute). Così come ricorrente sarà il rapporto con alcuni Sud del mondo. Temi e luoghi che si rintracciano fin dai suoi primi lavori. Dopo avere studiato all’IDHEC di Parigi, nel 1990 debutta nella regia con il documentario Un été à Beyrouth girato nella capitale libanese durante la guerra civile che insanguinò il Paese mediorientale, mentre il suo primo cortometraggio di finzione Tous à la manif (1994) racconta l’incontro tra degli studenti intenti a preparare una manifestazione e un giovane che lavora come barista nel caffè gestito dal padre.

 

Risorse umane (1999)

 
Seguirà un altro corto, Jeux de plage, l’anno successivo e due anni prima del suo lungometraggio d’esordio Les sanguinaires. Si tratta di un episodio della serie francese L’an 2000 vu par…, tra i progetti seriali più interessanti degli anni Novanta. Come vedere l’arrivo del nuovo millennio? Cantet immagina un gruppo di persone che, per evitare il caos dei festeggiamenti parigini, decide di trascorrere i giorni che precedono il 2000 e la notte di passaggio su un’isola dove non c’è nessun altro, tranne il custode. Un film bellissimo, dal fluire sensuale che si intreccia con l’incalzare di tensioni e misteri, rivalità, desideri, sparizioni negli spazi della natura (con un sentore di derive antonioniane) fino a che non appare l’alba del primo giorno del secolo appena nato. A questo esordio su commissione di folgorante intensità seguiranno due film che, nel tempo, diventeranno punti di riferimento per un’analisi delle condizioni lavorative in ambiti differenti e tra i migliori dell’intera filmografia di Cantet:  e A tempo pieno (2001). Un dittico sul mondo del lavoro che contribuirà a dare al cineasta visibilità internazionale. Interpretato da attori non professionisti (salvo Jalil Lespert nel ruolo del figlio Franck), Risorse umane è un saggio di economia filmica e politico-sociale, scolpito nei luoghi e nei personaggi, nella vita di provincia e nelle solitudini e incomunicabilità che si manifestano, nel rapporto aspro e sensibile fra un padre operaio (che viene licenziato a seguito di un piano di ristrutturazione aziendale) e un figlio che fa il suo apprendistato di manager proprio nella piccola ditta dove il genitore lavora(va) da trent’anni. Cantet si avvicina a questa realtà analizzandola con uno sguardo e una precisione “documentaria”, e farà lo stesso con A tempo pieno spostando il punto di vista dalla fabbrica all’ambiente impiegatizio dal quale è stato escluso, licenziato, il quarantenne Vincent (notevole l’interpretazione di Aurélien Recoing che aderisce ai sotto-toni che compongono il testo, gelido e infuocato) che però non svela ai familiari quanto gli è accaduto. Per Cantet A tempo pieno è il seguito naturale di Risorse umane e Vincent è, altrettanto naturalmente, il fratello maggiore d Franck.

 

A tempo pieno (2001)

 
A un altro contesto professionale il cineasta dedicherà la sua opera più celebre, La classe – Entre les murs, Palma d’oro al festival di Cannes nel 2008, basata sulla vera esperienza di François Bégaudeau (e sul libro che scrisse), insegnante di francese in una scuola media in una classe particolarmente difficile. La sua aspirazione è riuscire a istruire i ragazzi senza però omologarli. Per riuscire a motivarli, quando sfuggono al controllo, è disposto anche ad andarli a cercare e a metterli davanti ai loro limiti, pronto ad accettare talvolta il rischio di un clamoroso insuccesso. Il film, che intreccia finzione e documentario, si dipana nel corso di un anno e vede Bégaudeau interpretare se stesso nel ruolo principale. Ma prima di questo film Cantet aveva abbandonato la Francia per osservare in maniera originale la Haiti degli anni Ottanta al termine della feroce dittatura dei Duvalier, padre e figlio. Ne nacque Verso il sud (2005), ovvero un film, nelle parole del regista, “per rivelare le complessità che emergono nel momento in cui il desiderio fisico e la politica si intersecano”. Haiti. Il caldo. I villaggi a uso e consumo dei ricchi turisti occidentali. Il sesso esotico. La povertà e la violenza. Attorno a questi elementi si costruisce Verso il sud, basato sui racconti del giornalista di Radio Haiti Dany Laferrière.

 

La classe – Entre les murs (2008)

 
E prima di ri-volgersi nuovamente alla Francia in quelli che saranno purtroppo i suoi ultimi due lavori (L’atelier, del 2017, dove si narra di un seminario estivo di scrittura girato nella città vicino a Marsiglia ricordata dal regista e sceneggiatore nel suo intervento in Uomini in marcia, e Arthur Rambo – Il blogger maledetto, del 2021, fama e caduta del giovane scrittore Karim D.), Cantet esplora altre parti di Sud contribuendo con un episodio al film collettivo 7 Days in Havana (2011) e realizzando nel 2014 Ritorno a L’Avana, altra storia corale e stratificata di significati. Ma la sua curiosità, e re-impostazione del suo immaginario in set alquanto divergenti, porta Cantet a fare anche un film in lingua inglese in Canada, Foxfire – Ragazze cattive, tratto dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates e ambientato negli anni Cinquanta nello stato di New York dove imperversava una gang femminile. Per affermare sempre una poetica coerente che non cerca mai l’esagerazione, l’inquadratura costruita per sorprendere. Al contrario, “prende” lo spettatore con le sue immagini rarefatte che trasmettono emozione e senso teorico. E non lo lascia più.