Anni ’90, una località marittima sulla costa turca. Una stanza di un albergo dozzinale. Una bambina. Un giovane uomo. Una porta finestra li separa idealmente mentre scherzano. Lui accenna delle improbabili mosse di una versione tutta personale del tai-chi. Lei lo incalza ironica: «Ho appena compiuto undici anni e tu ne hai 130. Quando ne avevi undici cosa immaginavi avresti fatto a 130?» Le immagini, quelle di un filmino delle vecchie videocamere mini-DV, improvvisamente si frantumano, si ricompongono in un momento in cui si ipotizza un saluto, e vengono a poco a poco sostituite dalle luci intermittenti e stroboscopiche di una discoteca. Siamo all’oggi, l’undicenne è cresciuta e sembra rivivere in trance ciò che abbiamo appena visto: un ricordo, ormai usurato dal tempo e ridotto a un filmato di bassa qualità. Aftersun, film d’esordio della scozzese Charlotte Wells presentato con successo alla Semaine de la Critique di Cannes e ora approdato su MUBI, si disvela nella sua natura più intima sin dalla sequenza iniziale. Non è infatti il racconto di una vacanza tra una quasi adolescente in piena crescita e il suo padre separato, troppo giovane per assolvere in pieno ai suoi doveri genitoriali ma sufficientemente affettivo da rendere quel viaggio un’occasione unica di emozioni, bensì la potenziale ricostruzione – appositamente episodica, erratica, ellittica – di una reminiscenza. Non narra quella vacanza, ma la ricostruisce attraverso la combinazione emotiva di tasselli di memoria. La trama del film è infatti segnata da piccole increspature, da emozioni appena accennate, da conflitti che sanno restare tenui, da sospensioni che suggeriscono un abbandono di là da venire.

 

 

Aftersun segue Calum e Sophie – l’empatico Paul Mescal di Normal People e la strabiliante esordiente Frankie Corio – nelle loro pigre peregrinazioni, nelle giornate estive fatte di placida noia, nelle partite a biliardo con connazionali adolescenti e nelle amicizie baciate da un languido sole, nelle escursioni marine e nelle banali serate cantate al karaoke. Gli spazi attraversati dai protagonisti sono i tipici luoghi asettici della villeggiatura: bar, discoteche, ristoranti. Il tedio quotidiano li avvolge, tra loro non si cerca lo scontro. Ma in Calum si intuisce qualcosa di rotto – un’ansia da placare, un’insoddisfazione latente, un’incapacità di gestire una figlia altrimenti così amata – che si riflette nello sguardo della ragazza, che intuisce ma non dice, che affronta senza contestare l’impalpabilità paterna. La cornice contemporanea – pudica, appena suggerita – cambia però di segno a ciò che scorre davanti ai nostri occhi. Il ricordo crea una distanza che impone di riannodare i fili, che si scontra in immagini riflesse (quanti specchi e finestre che rimbalzano i momenti quotidiani dei protagonisti), che suggerisce un percorso di riconoscimento nel riavvolgersi di un vecchio nastro chissà quante volte visto.

 

 

Perché Aftersun è in fondo un film che riflette sul tempo, che parla al presente ma invoca un passato, che anche nella colonna sonora – sospesa tra un lavoro ipnotico sul suono e un tappeto sonoro di canzoni d’epoca (Blur, Chumbawamba, i R.E.M. di Losing My Religion cantati al karaoke da Sophie, Queen & David Bowie) – dialoga costantemente con l’oggi tenendo gli occhi e la mente puntati sullo ieri. Il doposole, l’aftersun, si usa del resto spesso a scottatura già avvenuta. Charlotte Wells, in questo film allo stesso tempo solare e umbratile, ci racconta quello che è stato chiedendosi quello che sarebbe potuto essere, con una malinconia consapevole, capace di mantenere un pudore mai troppo languido, che non ha paura, per riconquistare il senso ultimo di una relazione forse ormai perduta ma ancora ben presente, di ripercorrere le curve implacabili della memoria.

 

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