«Io vorrei che questo posto mi desse la forza che ha uno che sa sempre da dove viene.
Che mi restituisse un senso di quello che faccio quando lo perdo».

 

Dopo il successo letterario raggiunto con Le otto montagne, vincitore del Premio Strega 2017, lo scrittore Paolo Cognetti diventa protagonista di un lungometraggio in bilico tra road movie e documentario, diretto da Dario Acocella e scritto insieme a Francesco Favale: Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord, una produzione Samarcanda Film con Feltrinelli Real Cinema e con Rai Cinema, è un film evento che dopo il passaggio al Trento Film Festival, viene distribuito nei cinema italiani da Nexo Digital nei giorni del 7-8-9 giugno. A un primo sguardo sembrerebbe un prodotto cucito ad hoc per gli appassionati lettori dell’autore milanese, amanti della natura incontaminata e affascinati dalla riflessione condotta da Cognetti nel celebre romanzo, in parte abbozzata già in Il ragazzo selvatico. Quaderno di montagna (2013), in parte ripresa in Senza mai arrivare in cima (2018), una meditazione volta ad approfondire i legami col passato, i rapporti tra mondo interiore e mondo esteriore, le dinamiche di sopravvivenza o resistenza alla società dei consumi e, in fondo, con un pensiero profondo sempre rivolto a quel disagio esistenziale mai completamente estinto. Senza dubbio è così, Sogni di Grande Nord convoca sul grande schermo questo pubblico che certamente troverà ingredienti per soddisfare il proprio appetito. Ma c’è di più. Tra le pieghe di un racconto molto personale, la voce e il corpo di Cognetti sembrano intenzionate a far riscoprire le strade che conducono alla sorgente di ciascun essere umano: le relazioni interpersonali. Pur non essendo mai esplicitato, questo principio originario rivela la portata di un progetto, o meglio un sogno, che abbraccia il nostro presente, i suoi limiti e le sue potenzialità. E la citazione in chiusura della Sutra del Diamante segue questo senso.

 

 

Il film racconta di un’esperienza itinerante, dunque. Accompagnato dall’amico e illustratore Nicola Magrin, Cognetti veste i panni della guida (per lo spettatore) e dell’esploratore (per se stesso) percorrendo un viaggio dalle Alpi all’Alaska sulle orme di alcuni grandi riferimenti della sua vita: Hemingway, Carver, Thoreau, London, Melville e quel Christopher McCandless a più riprese dichiaratamente individuato come stella polare della sua vocazione di scrittore e, forse, autentica guida spirituale di un cammino personale appena avviato, teso alla fonte del proprio essere. Il raggiungimento del leggendario Magic Bus (Cognetti e Magrin sono stati tra gli ultimi a raggiungere il “mausoleo” prima che, per motivi di sicurezza, fosse rimosso in maniera definitiva dalla Guardia nazionale dell’Alaska nel giugno del 2020), il pulmino utilizzato come rifugio da Christopher McCandless nella sua avventura attraverso l’Alaska, che prima ha ispirato il libro del 1996 Into the Wild di Jon Krakauer e poi l’omonimo film del 2007 di Sean Penn, per Cognetti rappresenta la meta ultima di un autentico pellegrinaggio teso a rigenerare le parole e attraversare i luoghi di alcuni dei grandi maestri della letteratura americana, ma pure a riordinare alcuni tasselli della propria interiorità caratterizzata da quella continua urgenza a volere fare i conti con la propria storia di figlio, a contatto con una natura tanto impenetrabile quanto potente.

 

 

Come troviamo scritto in Zanna bianca, a Cognetti sembra interessare «il Wild, il selvaggio Wild delle spietatamente gelide terre del Nord» e, analogamente al McCandless raccontato da Krakauer, a differenza di Muir e Thoreau, avventurarsi nella foresta non tanto per riflettere sulla natura e sul mondo in generale, quanto per esplorare il paesaggio interiore della propria anima. Le riflessioni di Cognetti, quindi, non conducono lo spettatore di fronte a una natura come un luogo idilliaco e vagheggiato nel quale perdersi e vagare, una sorta di paradiso terrestre nel quale immergersi per prendere le distanze da tutto e da tutti. Al contrario. La natura è il primo soggetto con cui entrare in relazione, luogo di prova, palestra del corpo e dello spirito, per verificare se stesso, le motivazioni della propria esistenza. Da qui si sprigiona la sua bellezza selvaggia, che Cognetti, come McCandless, pare riuscire a gustare a fondo in una delle ultime scene del film quando con commozione e ammirazione s’introduce nel simulacro tanto desiderato. E da qui si comprende anche l’ambiziosa scelta di affiancare alla figura-corpo dello scrittore quella dell’amico illustratore poiché, fin da subito, è chiaro che questo è anche un viaggio vissuto in amicizia, alla ricerca dell’uomo e non lontano da esso. «Hai avuto quello che volevi da questa vita nonostante tutto? Sì. E che cos’è che volevi? Potermi dire amato, sentirmi amato su questa terra. Libertà e amore. Chissà se si possono avere insieme?», citando Carver, in chiusura Cognetti ribadisce il fine. E non potrebbe che essere una domanda.

 

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