Andare oltre, andare a fondo: Viaggio in Giappone di Elise Girard

Aver spesso pensato alla morte non serve a niente finché non si viene a sapere della morte di qualcuno che si ama (Merleau-Ponty)

 
 
Sidonie (Isabelle Huppert) è una donna che osserva il quotidiano, eppure è ferma. Si guarda dentro, è convinta di conoscersi, di ricordare, di desiderare, eppure non si muove. Era un’affermata scrittrice ma ha rinunciato a scrivere dopo la perdita del marito. Ora gira a vuoto, osserva il presente e si domanda come abitare la realtà. Invitata in Giappone per la riedizione del suo primo libro è accolta da Kenzo Mizoguchi (Tsuyoshi Ihara), l’editore locale che la accompagna a Kyoto. La città dei templi buddisti e scintoisti, delle casette di cartone, dei giardinetti colorati, che restituisce l’immagine di un Giappone da operetta, il Giappone del karakiri, diventa presto scenario romantico e affascinante di un cambiamento irreversibile: nei loro spostamenti tra i fiori della primavera giapponese, Sidonie inizia a sentire qualcosa, inizia a respirare il profumo di un’aria nuova. Ma il fantasma del marito non l’abbandona e per riuscire ad amare, soprattutto sé stessa, Sidonie dovrà imparare a lasciare andare il passato. Viaggio in Giappone, terzo lungometraggio di Elise Girard dopo Belleville Tokyo (2011), già qui il Giappone era guardato con ammirazione pur essendo ambientato a Parigi, Strange Birds (2016), già qui si metteva in scena la storia di due personaggi molto diversi, quasi figure letterarie, che davano vita a un rapporto improbabile, è un film che ha preso spunto da un importante viaggio vissuto dalla regista una decina di anni prima di stendere la sceneggiatura e iniziare le riprese. Un’esperienza considerata decisiva per abbracciare una nuova cultura, un nuovo modo di pensare e guardare la realtà ma anche un’opportunità decisiva per compiere un ribaltamento di prospettiva nei propri confronti di donna, madre, artista e cinefila, attenta a ricordare, rileggere, riallestire le immagini e le emozioni fissate nel proprio sguardo.

 

 
A ben guardare Sidonie au Japon, titolo originale più efficace, è un film introspettivo, un flusso di coscienza che affronta la questione dell’identità a partire dall’elaborazione del lutto, che esplora il significato di rinascita, che non teme di parlare di quelle forme d’amore che arrivano all’improvviso, tornando inaspettatamente a riempire di senso la vita delle persone. È di fatto un film sulle nuove possibilità che la vita offre se si è capaci di riconoscerle, se si hanno occhi pronti a vederle. Un film di transizioni dove fin da subito ci sono linee da oltrepassare e dove, fin da subito, si comprende che la tesi del film spinge lo spettatore a considerare l’evidenza di una risposta che si deve cercare e trovare a fondo, dentro di sé: questa idea che “la morte è un nulla” di lucreziana memoria non convince molto. Sidonie lo ha già compreso perché fa esperienza della morte attraverso la morte di altri. Lei guarda al lutto individuale, ha perso il marito (il cui fantasma compare alla maniera di Il marito della signora Miur di Mankiewicz); Kenzo evoca l’atomica e Kobe, riferendosi a un lutto collettivo. Facciamo i conti con la morte attraverso le varie forme di perdita, di abbandono, di separazione che la vita ci fa incontrare; in particolare, quando si viene a creare una distanza irrecuperabile tra due persone che si sono amate, l’essere umano patisce il senso della morte: non muore solo l’altro che si allontana, ma si assiste anche alla propria morte nel cuore della persona amata.

 

 
Soprattutto, e questa è la tesi del film, è essenziale l’esperienza della morte fisica della persona amata. La Girard ha dichiarato: «Finché Sidonie piange la morte di Antoine, non sarà mai in grado di incontrare un altro uomo. Questo è un approccio molto giapponese all’amore. Finché una donna è ossessionata da un uomo, non esiste la possibilità che possa innamorarsi di un altro. Quindi immagino che si potrebbe dire che Sidonie stia solo sognando il fantasma di Antoine per poter voltare pagina. Oppure si potrebbe immaginare molto bene che sia Antoine ad aprire la finestra, che sia lui a prendere la valigia di Sidonie e metterla in fondo alle scale, giusto per facilitare l’avvicinamento fra lei e Kenzo». È però proprio dentro le pieghe del racconto che il film (e un po’ anche l’amore tra i due) resta imbrigliato. Forzatamente distaccato e contemplativo, compiaciuto della sua vena malinconica e patetica, Viaggio in Giappone vuole essere un film rincuorante e facile in cui l’ironia di alcuni momenti e la tenerezza di certi passaggi restano all’ombra di un’operazione molto pilotata e raramente autentica.