Per il loro primo lungometraggio di fiction, le documentariste bulgare Mina Mileva e Vesela Kazakova (già fattesi notare con Uncle Tony, Three Fools and the Secret Service e The Beast Is Still Alive e non particolarmente amate in patria) partono da un episodio  accaduto veramente e  comprimono il reale in un set che sembra stare a metà strada tra teatro brillante e documentario socio-antropologico, dentro una messa in scena che si fa trattatello economico-politico  in forma di commedia dalla levità tanto scattante quanto seria e intelligente. La satira è amara ma controllata, più sottile è il disincanto. La trama è appesa a un filo, o piuttosto – se proprio vogliamo – al vagare indifferente di un dolce felino; ma sono soprattutto le situazioni, i personaggi di questo microcosmo a essere trame a sé stanti. La Gran Bretagna che ha scelto la Brexit è un edificio popolare a Peckham, distretto sud-orientale di Londra. Qui è venuta a vivere e ha comprato casa Irina (Irina Atanasova), architetta nel suo Paese mentre qui le sue competenze vengono frustrate ed è costretta a lavorare in un bar. Vivono con lei nel piccolo appartamento anche suo figlio Jojo e suo fratello Vladimir (Angel Genov), formazione da storico, che a Londra passa più tempo col nipote che a cercare lavoro, ma alla fine riesce a trovare un posto da antennista. Un giorno un gatto rosso venuto da chissà dove si intrufola nel buco di un muro e non vuole saperne di farsi prendere… Così come fa l’assurdo che si infila a passo felpato in un reale grigio e suo malgrado ottuso in questo Cat in the Wall, un tutti-contro-tutti dove nessuno ha torto e nessuno ha ragione, tra gioco e metafora, radiografia sociale e disappartenenze individuali e collettive, tra affittuari e proprietari immobiliari, disoccupazione e sussidi, razzismi e accuse da vicinato, pipì in ascensore e cortese riunione di gruppo.

 

 

Europa sì, Europa no, l’anziana che ha votato per uscirne, l’uomo che ci voleva restare e che ora chiederà la cittadinanza irlandese. Il ritmo è piano, ma l’andamento si prende tutto anche se non succede niente: capitalismo, comunismo, burocrazia acefala, welfare, multiculturalismo, gentrificazione, impoverimento della classe media. In mezzo a questo, Irina è in balìa di se stessa e degli altri, persino di un gatto, forse perché quel bel micio nascosto – si chiami Boo come sostengono coloro che lo reclamano, o Goldie come dicono lei e suo figlio – potrebbe essere lì, in fondo, l’unica cosa normale, comprensibile, spiegabile. Forse Irina vorrebbe essere lui, o forse ancora teme di esserlo, o magari quello è solo un gatto e lei è lei. Irina Atanasova è commedicamente irresistibile, perché preleva quasi scientificamente ogni traccia di dramma da una figura drammatica: la sua protagonista è forte, caparbia, inerme, arrabbiata, sconsolata, incredula, lucida, ubriaca. Alla fine sempre sola. Alla fine mai davvero sondabile. E Cat in the Wall le somiglia molto. O, chissà, assomiglia un po’ a noi tutti. Uno, nessuno e centomila Irine? O magari gatti?

 

 

Il film è visibile dopo una semplice registrazione su www.artekinofestival.com

Scrivi