Astoria, Queens, New York, più precisamente l’intersezione tra Steinway Street e 34th Avenue. È questo il set di Intimate Distances (alla Settimana della Critica della Berlinale) del cineasta, scrittore, artista multidisciplinare londinese Phillip Warnell la cui opera si sposta fra cinema e gallerie d’arte, film (girati in vari supporti di pellicola e in digitale) e installazioni (che consistono anche nell’accogliere testi per il cinema da riformulare per ricollocarli altrove, come nel caso di Ming of Harlem: Twenty one Storeys in the Air), senza dimenticare il suo contributo come docente universitario e saggista. Un pezzo di strada affollata di pedoni e auto. Un flusso incessante di movimento. Ma Warnell lo osserva da distante, quasi sempre (si presume) filmando da un tetto e con un utilizzo diffuso dello zoom (prossimo al cinema hard per come “penetra” con lo sguardo il territorio scelto come ambiente unico del film, sezionandolo, indagandolo, ricomponendolo) per “annullare” le distanze, per porsi a stretto contatto con la massa di persone anonime che transitano sui marciapiedi e, in particolare, con una di esse, una donna che, invece, ha un nome un cognome. Ricorrendo all’espediente dello zoom, Warnell crea una coreografia aerea, sospesa nell’aria, innalzandosi sugli edifici, abbassandosi al livello della strada, avanzando, tornando indietro per soffermarsi sulle insegne ovunque presenti, su volti di cui non sapremo mai l’identità, creando volute e iperboli, danzando senza gravità, afferrando con lo sguardo l’instancabile procedere di squarci di un quotidiano nel giro di poche ore, di una pluralità di vissuti al tempo stesso mostrati nella loro interezza (comunque già parziale, di “quel” pezzo di quartiere) e nella loro frammentazione, isolando di volta in volta corpi, voci, comportamenti.

 

 

 

In questa scena documentaria, filtrata da una visione sperimentale che trova memoria nelle migliori flagranze del New American Cinema e dell’underground, c’è però un elemento di finzione rappresentato dalla presenza di una figura femminile che inizialmente si potrebbe scambiare per uno dei tanti volti tra la folla e che invece diventa nel volgere di poche immagini non solo la protagonista, ma il legame tra lei e chi filma, tra l’idea alla base di Intimate Distances e la sua realizzazione. Si chiama Martha Wollner, storica direttrice di casting che ha in filmografia collaborazioni con cineasti del calibro di Albert e David Maysles e Barbara Kopple. Nel film di Warnell la sua “missione” è fermare delle persone che ritiene interessanti e capire se, ponendo loro delle domande, potrebbero essere adatte al ruolo di un criminale – ruolo interpretato fuori campo da una voce anonima che punteggia le immagini parlando di varie cose, soffermandosi sul racconto della sua esperienza carceraria, fonte d’ispirazione per il film di finzione in cerca di protagonista. Parole e visioni. Finzione e realtà. Livelli separati e concomitanti in quella rivendicata, fin dal titolo, “distanza intima”, esplicitata e messa in dubbio da un dettaglio: Wollner ha sulla camicia, ben visibile, un microfono, non nasconde il suo lavoro, il motivo per cui si trova lì, la “finzione” della ricerca (e chissà se con le persone con le quali ha instaurato un dialogo non ci sia già stato un incontro precedente, una “scelta”, che ora viene “messa in scena”, smascherando l’artificio della ricerca documentaria “sul campo”, in “presa diretta”…). Un surplus di interpretazione che però si presta al lavoro attuato da Warnell e nel quale assume rilievo la dimensione sonora. Un sonoro multiplo per creare ulteriori sovrimpressioni, flussi, “divagazioni” (sempre accuratamente controllate) attorno al corpo centrale del testo. Talvolta la voce di Wollner e quella dei suoi interlocutori si perde nel frastuono e, infine, si azzera, “sostituita” da altri toni sonori. Intimate Distances è profondamente questo: un laboratorio visivo-sonoro espanso, densità pittorica come se la macchina da presa leggera, che trova dalla distanza posizioni incredibili di vicinanza, fosse (anche) un pennello che dipinge una tela in continua mutazione.

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