Emmanuèle è una scrittrice che vive in una bella casa con il suo compagno, un critico cinematografico spesso in trasferta per organizzare retrospettive e omaggi. La sua vita cambia piega quando, improvvisamente, il padre ha un ictus che gli paralizza metà corpo e gli rende la vita, fino ad allora agiata, una copia scialba e dolente di quella precedente. Emmanuèle si prende cura dell’uomo, alternandosi nei turni ospedalieri con la sorella, e cerca di rinforzare il suo spirito fino a quando il padre le chiede l’aiuto più indicibile e fragoroso: quello di aiutarlo a morire con dignità. La genesi dell’ultimo film di François Ozon, Tout s’est bien passé, è un doloroso gioco di incastri: la sceneggiatura è tratta dall’omonimo romanzo di Emmanuèle Bernheim in cui l’autrice racconta i difficili giorni della malattia del padre e la dolorosa decisione di assisterlo nel suo percorso verso una fine invocata e voluta. Il romanzo doveva essere adattato in un film da Alain Cavalier, ma durante la lavorazione Bernheim si è ammalata di tumore, trasformando il progetto in un diario filmato di una malattia, lo straziante Être Vivant et le savoir, presentato a Cannes nel 2019. Bernheim, compagna trentennale del critico francese Serge Toubiana, ha collaborato alla sceneggiatura di numerosi film di Ozon, da Sotto la sabbia a Ricky: c’è quindi molto cinema in Tout s’est bien passe, ma anche molta vita e molto dolore. Ozon non si perde in eccessive digressioni, entra nella storia in medias res, descrive la dedizione delle figlie a un padre sfuggente ed egoista con asciutta emotività. Il film si dipana tra una visita ospedaliera e un’altra, alterna i momenti di speranza a quelli di stanchezza, l’assuefazione al dolore alla disperazione improvvisa.

 

 

Ozon affida ai suoi attori il compito di introdurci al nocciolo della questione, mettendo in scena la storia con un pudore trattenuto, evitando sentimentalismi e scene madri e ricucendo gli strappi emotivi di un gruppo di famiglia abituato all’ironia, alla sdrammatizzazione, alla lucidità. Sophie Marceau – splendida, come sempre – affronta il macigno della richiesta paterna con energia combattiva, trattenendo – quasi sempre – le lacrime e lasciando che il dubbio le scavi nel volto. André Dussollier regala al vecchio sofferente una glaciale ironia, si lascia andare alla disperata incredulità per poi riprendersi con una qualche battuta, un gioco di parole, una scrollata di spalle. La loro, in fondo, è una famiglia borghese e agiata: padre collezionista d’arte, madre scultrice (e depressa), una vita passata ad ammirare il bello, tra mondanità colta e benessere. Ozon lavora di fino tenendo sotto traccia il discorso di classe, esprimendo però la sensazione che la buona morte sia un privilegio per persone agiate. La clinica svizzera che assiste i pazienti nel loro suicidio guidato non è un’istituzione accessibile a tutti: bisogna poter pagare per morire in pace. La morte diventa così un estremo atto di libertà – a tratti forse anche un gioco o un capriccio – che evita sofferenze solo a chi se lo può permettere. I poveri, si sa, devono soffrire mentre ai ricchi si riserva un’ambulanza da Parigi a Berna e una bibita amara da trangugiare, ben assistiti, in un comodo letto. È questa riflessione l’aspetto più interessante e provocatorio di Tout s’est bien passé: il ragionamento su come un principio morale, osteggiato testardamente dai più, si possa in fondo comprare, aggirando gli ostacoli con cultura e denaro. Altrove invece Ozon inserisce a forza altre suggestioni fini a se stesse – su tutte l’omosessualità segreta del vecchio genitore, ridotta a qualche sagace scambio verbale e alla caratterizzazione eccessivamente tipizzata di un amante/persecutore – e spesso si abbandona alle convenzioni del dramma ospedaliero. Tout s’est bien passé, in fondo, è una tragedia familiare borghese che alterna un compiacimento intellettuale con la sua messa in scacco, finendo per risultare allo stesso tempo empatico e inerte, vittima degli stessi sbalzi di umore di molti dei suoi protagonisti.

 

 

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