Su Prime Video Red Rocket di Sean Baker e l’immatura innocenza dei perdenti

Mikey Saber è pieno di lividi, guarda sperduto il paesaggio che scorre dal finestrino del bus che lo riporta a casa. La destinazione è Texas City, una cittadina sulla Gulf Coast rovinata dalle raffinerie che ne segnano il profilo e ne hanno devastato, con la loro caduta, la speranza. Mikey aveva lasciato quel posto con la moglie, anni prima, in cerca di successo nella Southern California. Ora quello che gli resta è una rabbiosa nostalgia per ciò che ha perso – una carriera nel porno di cui si vanta come una medaglia al valore – e una spaventosa incertezza per quello che lo aspetta. Con la faccia tumefatta e il sorriso di ordinanza si presenta a casa della sua vecchia compagna Bree, che il sogno lo aveva abbandonato da tempo tornando a vivere con la scorbutica madre, in cerca di un tetto e di un divano su cui “buttarsi un paio di giorni”. Accettato con diffidenza e molte resistenze – perché di questo figliol prodigo nessuno vorrebbe occuparsi – Mikey cerca con poca convinzione qualche lavoretto, per mettersi infine a vendere erba agli infelici abitanti del luogo con la speranza di poter presto tornare a farsi valere nel giro della pornografia, luogo mitico in cui infondere le sue puerili e machiste ambizioni. Il contesto in cui si muove è desolato. Sean Baker in Red Rocket  (presentato a Cannes74) prosegue il suo viaggio nella marginalità americana dopo Tangerine e Un sogno chiamato Florida, abbandonando però quelle periferie di confine con la “grande illusione” – in quei film i reietti vivevano all’ombra di Hollywood e di Disneyland – per immergersi in un centro esemplare della grande crisi statunitense, affidando i ruoli di molti dei suoi personaggi ad attori dal tortuoso passato e a non professionisti scoperti di passaggio.

 

 

Siamo nel 2016 e in televisione si susseguono i sondaggi sulla sfida presidenziale Clinton-Trump: a Texas City i personaggi si muovono come automi, pronti nell’animo a perdersi nell’illusione di “Make America Great Again”. Anche Mikey pensa a una sua futura ipotetica grandezza e si arrabatta nel quotidiano fantasticando un possibile nuovo successo. L’occasione la intravede in una ragazza, commessa in una pasticceria, che subito ribattezza Strawberry, immaginando già attraverso un nome d’arte di aver trovato il suo biglietto di ritorno nell’industria dell’hard. Baker mette in scena – affidandosi alla grana tattile della pellicola 16mm – un mondo di fantasmi, incattiviti dalla sconfitta sociale e economica e messi sotto scacco nella loro assenza di ruolo, anche sessuale. La naturale animalità di Mikey, la sua derelitta ambizione, la sua inscalfibile fiducia lo rendono un modello destinato al fallimento. La sua parabola, osservata da una giusta distanza, è quella di un egocentrico che è costretto a una continua ostentazione, una frenesia sovreccitata che giustifichi la sua ipertrofica ricerca di soldi, di sesso, di futuro. Mikey è un manipolatore imperfetto che approfitta di fragilità più dolorose e sconfitte della sua. Una sanguisuga a cui Baker non toglie mai umanità, restando però in un limbo: la forza cinetica del personaggio è messa in scena con vivida partecipazione, la sua sgradevolezza è mitigata dallo spirito non giudicante del regista. Questa scelta di pura descrizione rischia un effetto straniante – come se l’imparzialità dell’autore diluisse la forza della storia – e lascia i protagonisti soli nel loro squallido destino fino a un finale di amarezza predeterminata, incompiuta, vagamente fasulla. In Red Rocket si racconta dell’immatura innocenza dei perdenti senza riuscire a rendere appieno il loro travaglio, la loro crudeltà, il fondo nero della loro anima. Un’anima che Mikey, semplicemente, sembra non avere più, sommerso dalle sue chiacchiere che ipnotizzano se stesso prima ancora di chi lo ascolta e che lo illudono di poter trovare un posto nuovo in un mondo che già lo ha respinto senza pietà. Uno specchio incrinato dell’America trumpiana a immagine e somiglianza del suo leader ormai dismesso.