I ritmi claustrali del cinema taumaturgico: I nostri ieri di Andrea Papini

Sin dal suo incipit, I nostri ieri denuncia i suoi intenti primari che sono quelli di un uso del cinema come mezzo attraverso il quale è possibile rielaborare un trauma infantile, uno strumento sostitutivo di una coscienza che domanda la soluzione di un enigma che consenta una pacificazione con il passato. È così che Luca (Peppino Mazzotta), che oggi è un documentarista, vive separato dalla moglie (Teresa Saponangelo) e dalla giovane figlia Greta (Denise Tantucci) che solo occasionalmente lo incontra pur avendo con lui un rapporto molto profondo. Luca prova a ricercare attraverso il cinema verità sopite in quegli ieri apparentemente depositati in un passato remoto. Con il suo film rivive il dolore dell’abbandono subito nell’infanzia da parte dei suoi genitori separati. Il piccolo Luca ha vissuto la sua infanzia in solitudine in un collegio con la zia giovane novizia (Maria Roveran) ma innamorata del fruttivendolo che riforniva il collegio di frutta e verdura. Luca oggi segue alcuni detenuti in un carcere ai confini delle prime propaggini della laguna veneta, in quella terra di mezzo che vive sull’acqua ma sa restare terra, tra infinite rette che nascondono, invece, i lati oscuri delle vite. Come quella di Beppe (Francesco Di Leva) detenuto per avere ucciso una giovane donna (Maria Roveran) dopo un banale incidente d’auto. Luca, accidentalmente conosce Lara (Daphne Scoccia) che si rivela essere la sorella della donna uccisa da Beppe, e con i suoi detenuti mette in scena il film che rivela anche i lati sempre taciuti dell’accaduto.

 

 

Ci sono un bel po’ di temi racchiusi in questa storia piena di incisi e di anfratti, di altre deviazioni che lavorano in sotterraneo e che sarà compito dello spettatore scoprire ed elaborare. Ma sono quelli più evidenti a segnare il film e contribuire a ricondurlo nell’alveo di quella cinematografia attraverso la quale sempre più silenziosamente si lavora, secondo ritmi e tempi quasi claustrali, per percorrere idee e suggestioni che dal personale si diffondono più profondamente in quel corpo articolato che è il cinema e che quasi serve a farci vivere. Andrea Papini che ha elaborato la scrittura del film dopo una visita al carcere di Rebibbia indaga su questa potenza delle immagini come surrogato di una analisi personale che ci conduca fuori da ogni incubo che ci perseguita. Così accade per Luca, così accade per Beppe, che recupera il rispetto per sé stesso e si pacifica con un presente che vede disgregata la propria famiglia dopo il processo e la sua condanna. Così, in fondo, accade per l’incerta e ondivaga Lara, ancora non pronta ad una vita di relazione con il mondo dopo la morte della sorella. Ma così accade anche per gli altri detenuti, che trovano nella elaborazione del racconto una modalità di redenzione, ma anche un altro modo di espiare le colpe.

 

 

Di recente su queste stesse pagine si è avuto modo di parlare di Grazie ragazzi di Riccardo Milani, altro film di ambiente carcerario che diventa sempre un microcosmo interessante per varie ragioni e tutte legate a quel cammino inverso che la detenzione dovrebbe consentire rispetto a quello che si è percorso nella vita fuori. Il cinema ambientato nel mondo delle carceri è forse quello nel quale l’idea di futuro appare in tutta la sua aspra consistenza e quella di presente è solo volta a rielaborare il passato. Papini, come già i fratelli Taviani nel loro Cesare deve morire, Davide Ferrario con il suo più divertente Tutta colpa di Giuda, e quindi anche Milani, credono nel potere taumaturgico del cinema o comunque della messa in scena di un testo che si trasforma in analisi personale, divisa tra colpe e fantasmi del passato, rigenerazione e nuovi desideri del presente. Su queste stesse tensioni si sviluppa il film di Papini, nel quale è proprio la realizzazione del film a rimettere in ordine le cose secondo gli intendimenti di Luca, per il quale il cinema è mettere ordine nelle proprie ansie affinché ogni cosa vada al suo posto. Resta anche interessante, per quanto non pienamente sviluppato, il tema del paesaggio prelagunare nel quale il film è ambientato, in quella provincia ferrarese che sta per diventare Veneto, dove si confondono i confini tra terra e mare, in quegli spazi così antitetici alla cella di un carcere, che appaiono colmati da una tranquillità che sembra venire da lontano, ma in realtà anch’essi partecipi di una precaria umanità.