“Se non pianifichi, pianificherai il fallimento”: è questo il motto di Richard Williams, padre e allenatore delle sorelle Venus e Serena, che ancora oggi sono, a più di quarant’anni compiuti, sono fra le più grandi tenniste di sempre. Se lo sono diventate è proprio grazie a un piano, un programma di 78 pagine che Williams aveva accuratamente scritto ancora prima della loro nascita con il preciso intento di portarle a occupare il primo posto nell’Olimpo del tennis e scrivere così non solo la storia dello sport, ma anche lanciare un messaggio di lotta e speranza a tutta la comunità afroamericana, che avrebbe potuto guardare questa grandiosa ascesa come un modello a cui ispirarsi. Quinto film del regista statunitense Reinaldo Marcus Green (di suo ricordiamo Monsters and Men del 2018), King Richard – che nella versione italiana porta anche il titolo Una famiglia vincente – è un biopic sportivo, familiare e personale con al centro la controversa figura dell’uomo che ha creato a tavolino due campionesse, nello sport per antonomasia appannaggio della classe bianca benestante. A vestire i panni dell’ambivalente figura paterna, Will Smith, che ha già vinto con questa parte il Golden Globe come miglior attore protagonista in un film drammatico, ritorna a interpretare un ruolo di “motivatore” e di un personaggio che raggiunge il successo partendo da zero, come già era avvenuto in La ricerca della felicità.

 

 

In questo caso, in fuga dal degrado e dalla delinquenza vissute in giovinezza, Williams fa di tutto per tenere lontane dalla strada del ghetto di Compton, sobborgo black di Los Angeles, le sue cinque figlie, con la missione di trasmettere loro i valori dell’umiltà, del rispetto e dell’istruzione come strada per l’emancipazione. Complice in questa impresa è la figura di Oracene Price, soprannominata Brandy, moglie di Richard e anche lei allenatrice delle figlie; un ruolo che nel film resta purtroppo secondario e che solo in pochi momenti riesce a ritagliarsi uno spazio per emergere, seppur restando nel terreno della retorica. King Richard, come risuona anche dal titolo di shakespeariana memoria, è un film atto a celebrare l’impresa di un uomo, ma anche – e questo lo aggiunge il titolo italiano – di un’intera famiglia che marcia unita verso un obiettivo comune. Dopo i rifiuti di molti allenatori che Williams instancabilmente va cercando, arriva Rick Macci, intrepretato da Jon Bernthal, a dare la svolta decisiva a quel sogno che dapprima sembrava impossibile: tutta la famiglia si trasferisce da Compton alla Florida per permettere alla carriera professionistica di Venus e Serena di prendere una direzione concreta. Lo sport, in realtà, in King Richard non abbonda, bensì sono le dinamiche familiari a scandire le tappe del racconto, in una narrazione che procede cercando di tenere insieme le due anime del film, quella del biopic e quella del dramma familiare. In questo meccanismo, risultano però proprio schiacciati i ruoli delle due sorelle e la questione del rapporto tra di loro solo velocemente sorvolata, lasciando aperte e pressoché inesplorate alcune questioni che non si ha il tempo di approfondire (si accenna solo in minima parte alla carriera di Serena, sempre in ombra rispetto alla sorella, sulla quale si concentra maggiormente il focus nella seconda parte). Sostenuto dalle stesse Venus e Serena Williams, che appaiono come produttrici esecutive, King Richard non brilla certo per invenzioni o sorprese, ma col suo andamento lineare e il tema trattato senza tecnicismi e necessariamente focalizzato sul bagaglio emotivo che la storia porta con sé, riesce a soddisfare la curiosità di un grande pubblico, potendo anche contare sulla performance notevole di Will Smith.

 

 

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