Mio zio Jens si sviluppa su dinamiche e moduli narrativi collaudati, perfino stereotipati, ma forse non tutto è come appare. Un perturbante viene a destabilizzare una condizione di pacifica esistenza del protagonista. Jens, che in effetti è il curdo-iraniano Khdr ma deve mascherare la sua provenienza, una sera di pioggia suona alla porta di Akam che abita a Oslo, dicendo che è suo zio. La coabitazione in casa di Akam dovrebbe durare solo due giorni, anche perché, per ragioni di risparmio energetico, Akam condivide la casa con altre due persone. Ma la presenza di zio Jens, come era prevedibile, dura più di due giorni e questo destabilizza la vita di Akam e rischia di mandare a monte anche una incipiente storia d’amore. Ma due elementi narrativi rinnovano i cliché conosciuti, quello della difficile comunicazione per Akam che da insegnante lavora con i suoi studenti proprio con la parola e un finale rivelatore che getta nuova luce sull’intera narrazione, diventando a sua volta archetipo sentimentale dello sradicamento. Di inquilini malamente sopportati ne abbiamo visti molti al cinema e, abbiamo anche visto numerose volte la loro riabilitazione quando la verità si impone scacciando via le impressioni e le necessarie bugie.

Probabilmente i pregi del film, che fila nel racconto e nello sviluppo dei personaggi, risiede proprio tra le pieghe di questo modulo narrativo consolidato ed è a questo proposito che si può pensare che sia proprio la sua sicura struttura a consentire al regista di dedicarsi ad altro durante la costruzione della più intima natura del suo film. È il tema della comunicazione inceppata in quel cortocircuito linguistico che impedisce o, raramente, favorisce o modifica, le relazioni ad emergere con evidenza. Siamo in Norvegia, Akam benché le sue radici siano curdo-irachene, parla norvegese, anzi lo insegna proprio ai suoi giovani studenti, sottolineando che è proprio la lingua, la parola, il fondamento della comunicazione. Lo zio Jens parla in curdo e Akam non lo parla da tempo e molti vocaboli gli sono sconosciuti. La difficile comunicazione tra i due è fonte di piacevoli e divertenti equivoci, ma in realtà aggrava la situazione, diventando quindi gag narrativa, ma con quel sottofondo di malinconia per le radici perdute. Akam diventa anche l’interprete di suo zio con i coinquilini o con Elina, il suo incipiente amore, ma è a sua volta in difficoltà, quasi un estraneo, quando si va da Hussein, il bar di ritrovo della comunità curda nella capitale norvegese dove il curdo è la lingua corrente.

La lingua, la comunicazione, la sua assenza, la sua deformazione, diventa il filo rosso che lega o slega la vicenda, che imprime il ritmo e sostanzia la struttura consolidata e riconoscibile di questa commedia migrante. Si una commedia migrante. Perché, superato l’impasse della comunicazione è questo il tema da scoprire nelle successive scatole cinesi della trama, il tema silente che carsicamente lo attraversa dall’inizio alla fine. Ci si dovrebbe domandare cosa ci faccia il curdo Akam in Norvegia. Ci fa l’eterno esule di seconda generazione. Perché forse il tema fondante del film è proprio quella dello sradicamento e della conseguente perdita delle radici originarie, difficili da conservare in un Paese tanto diverso da quell’Iraq abbandonato da bambino. Il confronto di Akam con lo zio, al netto delle gag e della destabilizzazione della sua vita, serve a restituire al personaggio una autenticità perduta, a mitigare quella natura occidentale acquisita, serve ad allargare lo sguardo oltre quello del personaggio e il richiamo ai partigiani curdi, i Peshmerga, radicalizza ancora di più questa vicenda, che sotto l’aspetto di una più che piacevole commedia, sfumata nei toni rosa di una difficile storia d’amore, trova anche il modo, quasi indolore, di parlare della tragedia antica di un popolo senza terra, come un po’ lo è Akam dopo avere incontrato il suo misterioso zio “Jens”.


