L’indicibile verità: a Rotterdam53 Confidenza di Daniele Luchetti

Sottovoce, con una amarezza quieta, ma anche con una dolcezza discreta, con l’attenzione dovuta al dolore e alla fragilità delle vite… Daniele Luchetti ha costruito il suo percorso senza cedere il passo e senza strattonare l’aura dell’autorialità a tutti i costi, tenendosi stretto un sentimento del cinema che guarda a una narrativa psicologica densa e articola personaggi compatti prima ancora che autentici, che non a caso trovano spesso nella matrice letteraria la loro giustezza. Dopo Lacci, ecco Confidenza (a Rotterdam53 nella Big Screen Competition) che compone un interessante dittico luchettiano tratto da Domenico Starnone: un altro viaggio nel segreto della doppia coscienza che soggiace alla linearità della vita, a comporre uno schema esistenziale che regge l’impalcatura della norma riconosciuta e della normalità presunta dell’individuo. Nel caso specifico si tratta di Pietro, che Luchetti affida alla nevrosi intrinseca di Elio Germano, retta da quel suo solido intreccio di spavalde incertezze e timide sicurezze. Pietro è un insegnante, uno di quelli che sa stare con gli studenti, sa come amarli tirando fuori il meglio da loro per raggiunge il suo scopo, che infondo è sempre quello di farsi amare…Ma tutto questo è una traccia del passato: a differenza del romanzo di Starnone, il Pietro che ci viene offerto da Luchetti all’inizio di Confidenza è ormai anziano, giace nella controra sulla poltrona del suo studio e lo vediamo prendere le misure della finestra spalancata alle sue spalle, per ergersi in bilico sul grande salto.

 

 
La vita alle sue spalle sta per essere celebrata con un’onorificenza ufficiale di cui lui ancora non sa, ma alla quale la figlia giornalista sta lavorando alacremente: è stato un insegnante modello e, con i suoi libri sulla “didattica degli affetti”, ha attraversato il paese ispirando tanti professori, chi più di lui la merita? C’è solo bisogno di una sua ex studentessa divenuta famosa che faccia l’orazione in suo onore e quella studentessa è Teresa Quadraro, matematica di fama internazionale, che non potrà declinare l’invito. Senonché Teresa è la ex studentessa dalla quale a Pietro è riuscito sin troppo bene di farsi amare: la più dotata, scaltra, sveglia delle sue allieve s’era innamorata di lui e Pietro, che in principio s’era ritratto nel suo ruolo, quando aveva scoperto che, dopo la maturità, la ragazza aveva rinunciato a studiare, l’aveva cercata, trovata cameriera in una trattoria e aveva infine accettato d’amarla, di essere il suo uomo e di vivere con lei. Ma non di condividerla col mondo, creando un doppio registro esistenziale che la escludeva come fosse un segreto, una colpa. E allora Teresa aveva deciso di giocare la loro relazione proprio su quel piano inclinato, stringendo con Pietro quel patto sul quale Domenico Starnone, a differenza di Luchetti, apre senza mezzi termini il suo libro: si confesseranno il più recondito dei segreti e così saranno uniti per sempre, anche quando, pochi giorni dopo, Teresa sparirà nel nulla, ricomparendo in America, eminente matematica per l’appunto.

 

 
L’ombra del dubbio, il terrore del non detto, la classificazione del perturbante come compagno di vita di un uomo che aderisce al mandato sociale della rispettabilità eppure non sfugge alla legge naturale della maschera, dell’occultamento di sé, della verità negata: Confidenza è un thriller a combustione intima, giocato sul piano inclinato del segreto che non appartiene al mondo reale ma a quello dell’inconscio. Nella storia di Pietro la redenzione nella confessione non è contemplata, Luchetti lo costruisce come un personaggio astratto nel perenne terrore di essere rivelato, visto, conosciuto, eppure definito nel suo bisogno di essere accettato, amato, glorificato. Il film è un ordigno che tiene perfettamente la linea di una narrazione in bilico tra realtà dell’essere e l’astrazione della colpa, scritto con grande accuratezza nella definizione del rapporto tra presente e passato sfuggendo alle maglie del flashback, ma intersecando i piani di coscienza della narrazione e creando l’esatto punto di fuga per la prospettiva dell’inconscio, nella quale spingerà il protagonista nel delirante finale affidato ai titoli di coda. La struttura musicale costruita per il film da Thom Yorke crea lo spazio mentale in cui si agita la vicenda, così come il controcampo di lucidità spietata e dolce offerto dalla Teresa di Federica Rosellini definisce lo specchio esatto della generosa prestazione di Elio Germano.