«Chi ha perso qualcuno da poco ha un’aria particolare,

riconoscibile forse da coloro che l’hanno già letta sul proprio volto».

(Joan Didion, L’anno del pensiero magico)

 

Marion è fuori fuoco, in strada, in cammino. La macchina da presa la insegue, prima di spalle, poi di fronte. È bella, in movimento continuo ma forzato come se stesse trascinandosi, come se la molla della carica stesse per fermarsi. È bella, ha la pelle chiara, diciotto anni, lo sguardo di chi riesce ad andare oltre la superficie delle cose. Da quando è morta sua sorella la sua esistenza è piena di dolore. È come se vivesse un perenne contrasto tra ciò che prova e ciò che vorrebbe diventare, senza soluzione di causa. Sente di essere arrivata di fronte a una soglia, un punto di un luogo dal quale non può ritrarsi perché attratta da un profondo bisogno di libertà. Ma il peso dell’inadeguatezza la opprime. Il giorno dell’anniversario della morte della sorella inizia un viaggio per le strade di Parigi, una sorta di pellegrinaggio dispersivo privo di una meta che intreccia incubi e recondite paure, desideri e grandi interrogativi. Arriva la notte, da qui il titolo Ma nuit, convincente esordio della regista Antoinette Boulat, e con questa pure la volontà di riuscire ad appropriarsi della propria storia di donna, di figlia, di sorella, di riuscire a ristabilire un contatto con sé stessa e con il mondo che la circonda, uscendo da una condizione che si fa sempre più pressante, che non le lascia via d’uscita. Tra una corsa perdifiato e cadute rovinose, tra un tuffo nella Senna e un salto in ospedale, passando per lividi e ferite, svenimenti e batticuore, il ritmo di questa notte parigina scandisce il vagare della vita di Marion. Una festa finita male, la solitudine, l’incontro con l’impulsivo e saggio Alex, pensieri sparsi che fanno a pugni con l’attesa di un nuovo giorno decretano la fine del lungo viaggio e l’inizio di qualcosa di diverso. Non una notte qualsiasi, ma la sua notte, il suo momento per chiudere e riaprire gli occhi. Un tempo per morire e rinascere.

 

 

Ma perché Marion rimane così incapace di accettare il fatto che sua sorella sia morta? Dipende forse dal fatto che non riesce a vederla come una cosa capitata alla sorella? Oppure dal fatto che la vedeva ancora come una cosa capitata a lei? Senza esaurire la complessità della questione, il film di Boulat converge sulla natura di tali domande e offre più di uno spunto interpretativo brillante, capace di restituire tutto il magma interiore che anima la protagonista. Come dichiarato dalla regista: «Ma nuit affronta il dolore e il modo in cui esso trasforma, e distorce, la nostra visione del mondo. Per ritrarre una ragazza di diciotto anni e la Parigi di oggi, ho scelto la forma del viaggio sia interiore sia fisico». Questo errare senza una meta possiede più di qualcosa in comune con il mito (non a caso uno dei personaggi si chiama Calypso e, proprio come la dea sembra interessata a trattenere la protagonista), in cui gli eroi si perdono, si affrontano, alla ricerca di uno scopo stabilito da eventi esterni che loro non riescono a controllare. A suo modo, Marion è un’eroina tenace, coraggiosa e forte, in grado di conquistare la sua idea di libertà anestetizzando o guardando in faccia le sue paure.

 

 

Ma nuit è un film sulla ricerca della libertà, colmo di poesia e affetto, teso a ridefinire il senso di libertà di una generazione che vive nella paura. Marion è l’immagine riflessa di una generazione che sente di aver perduto per sempre la sua spensieratezza, abbandonata in un mondo spezzato. Ma alla fine della notte, una luce c’è.

 

 

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