Responsabilità passiva: a Berlino75 Kontinental ’25 di Radu Jude

E il dolore, il senso di colpa, magari anche la responsabilità passiva, se non proprio quella attiva… Tutto questo che posto ha nel mondo contemporaneo? Quale spazio e quanto tempo occupa della quotidianità che ci trascina? Il sarcasmo e l’ironia con cui Radu Jude insiste su queste domande sono parte del suo fare cinema giocando con la logica e la logistica del filmare, ovvero con la dislocazione di una concettualità filmica nella nostra vita reale… Che è un modo interessante per cercare di assumere una posizione etica nel nostro respiro d’ogni giorno. Vivere la vita come un regista filma un film, assumendo una posizione, scegliendo tra campi e piani, focalizzando la narrazione, determinando ciò che sta in campo e ciò che ne resta fuori… Con ironia e con giusta economia, magari filmando back-to-back come si faceva un tempo a Hollywood e come ha fatto Radu Jude nel caso di questo suo nuovo film, Kontinental ’25, nato da un’idea scaturita da una news un po’ di anni fa, proposto a suo tempo alla HBO rumena e rifiutato, infine girato con un iPhone, utilizzando lo stesso set e la stessa troupe del film su Dracula che il regista sta girando in Transilvania e che con ogni probabilità vedremo presto a Cannes, mentre Kontinental ’25 è qui in Concorso a Berlino75…La news in questione parlava di un poveraccio che si era tolto la vita mentre polizia e assistenti sociali aspettavano che liberasse il sottoscala di un palazzo nel quale viveva da un po’ e che doveva essere sgombrato per far spazio alle ruspe e alla costruzione di un grande, moderno hotel. Esattamente il punto di partenza di Kontinental ’25, che inizia col dramma della marginalità e poi trova la commedia delle responsabilità… Siamo a Cluj, in Transilvania, e i primi dieci minuti sono la scansione della giornata di un poveraccio che va raccogliendo compulsivamente bottiglie di plastica e rifiuti tra piazze con cittadini e turisti e parchi a tema giurassico, con dinosauri semoventi a fare da sfondo alla residuale estraneità di questo poveretto, che sbraita e brontola e non si ferma mai, nemmeno quando prova a chiedere qualche soldo per mangiare.

 


 
Poi entra in scena Orsolya, una assistente sociale che, assieme alla milizia incappucciata (che filma tutto con una telecamera!) ha il compito di convincerlo a sloggiare dal sottoscala. Gli lascia il tempo di raccogliere le sue cose e lui lo utilizza per strangolarsi con un filo di ferro: poco da fare per la milizia e per la stessa Orsolya, che pure è una di buon cuore e piange sinceramente per l’accaduto, di cui si sente (suo malgrado) responsabile. Il resto del film è la gestione del suo senso di colpa, che occupa le giornate di ferie che aveva programmato di trascorrere in vacanza con marito e figli e che invece passa da sola in città, con amiche e con un suo ex studente che fa delivery… Il sacerdote al quale confessa la sua frustrazione per un mondo in cui fare bene è atto impossibile, come fosse Ingrid Bergman in Europa ’51, cerca di darle quella serenità che ha perso. In tv intanto passa una scena di Detour che ci ricorda che il dramma del destino e una colpa che ricade gratuitamente sugli eroi caduti… Insomma, non c’è scampo immaginario per la parabola tutto sommato piatta e intransitiva di questa donna vessata dalla carità impossibile…

 


 
L’exit strategy di Radu Jude, che guarda il tutto con scaltra ironia e decisa consapevolezza, ed è una serie di campi fissi su quartieri della città gentrificati o comunque ristrutturati: inquadrature a grado zero di caseggiati moderni in cui si vivono vite moderne a ritmo di una modernità che non lascia scampo. Cemento e infissi e illuminazione artificiale: set back-to-back con le responsabilità che ognuno di noi, spettatori, attori, tecnici, regista ci assumiamo nella quotidianità fatta di distrazione dal dolore, spiazzamento del visibile. Kontinental ’25 è, come tutto il cinema di Radu Jude, la prova in flagranza di reato del delitto che il semplice atto di vivere comporta per ognuno di noi. L’occasionalità funzionale del modo di filmare che questo regista applica a ogni inquadratura, la geometrica casualità della scelta di campo, lo spiazzamento continuo del baricentro logico del suo posizionamento visivo: Radu Jude non libera mai il senso dei suoi film, lo lascia prigioniero del suo nonsenso, intrappolato nelle maglie di un filmare che pone le responsabilità sullo stesso piano dell’innocenza. Siamo tutti come Orsolya, colpevoli e innocenti: basta esserci e già solo per questo stiamo sbagliando…

 

P.S.: Ore 19:00 circa del 18 febbraio 2025, mezz’ora prima di entrare a vedere Kontinental ’25 alla Berlinale75. Sono in fila in una baguetterie di Potsdamer Platz per pagare la baguette che ho in mano. Nel locale semivuoto entra un uomo piuttosto malmesso: ha una borsa lacera in mano e con gesti rapidi, furiosi, prende una, due, tre baguette, una banana dal frigo e fa per scappare… Un commesso scatta verso di lui: urla, spinte, l’uomo gli lancia contro le baguette e la banana, che volano per terra. Poi scappa via, spintonato malamente da commesso, scivola sul ghiaccio con un tonfo sordo, si rialza e va via… I due si urlano a vicenda insulti in tedesco. Poi il commesso rientra, raccoglie i panini e la banana da terra e li butta nei rifiuti. Io sono lì, con la mia baguette in una mano e la carta di credito nell’altra, stordito, spiazzato, senza aver avuto il tempo di realizzare quello che stava accadendo, di agire o reagire… Un altro commesso dietro la cassa mi sorride meccanicamente. Io meccanicamente pago, prendo la mia baguette e vado via. A vedere Kontinental ’25 con gli stessi occhi con cui ho assistito a questa scena: Radu Jude in my mind…