Frammenti dal regno dei morti. Perché, al di là di come andrà a finire, i due giovanissimi protagonisti di 50 (o dos ballenas se encuentran en la playa), presentato dalla SIC a Venezia 77, sono evidentemente delle anime in pena, che vagano in sospensione su un presente devitalizzato. Del resto, un po’ tutto il film di Jorge Cuchi, tardo esordiente messicano con alle spalle una lunga e prestigiosa carriera nella pubblicità, è costruito come un tour in un Ade inverso, in cui i viventi vagano non nel regno dei morti ma in quello dei viventi, non nella terra dell’oscurità ma in quella della luce, del sin troppo visibile, in cui nessuna ombra sarebbe ammessa e in cui il loro più intimo dolore si trasforma inevitabilmente in indifferenza, dunque in una sconfitta. Félix e Elisa, i due diciassettenni che seguono il percorso letale delle 50 sfide del “Blue Whale Challenge” destinato a terminare col loro suicidio se portato sino in fondo, appartengono a una realtà astratta, galleggiano nel perimetro delle rispettive famiglie ignorandone l’appello sentimentale ma ubbidendo a quello normativo. Accettano sin troppo le regole della famiglia così come accettano le regole della micidiale sfida social cui hanno scelto di partecipare: 50 prove sempre più estreme imposte da un amministratore del gioco che alla fine chiederà/concederà loro la morte. Anche strutturalmente il film di Jorge Cuchi gioca la carta dell’adesione sistemica dei due protagonisti a una realtà che non immagina alternative, in cui la conseguenza tra azione e reazione è azzerata nella mancanza di una vera volontà che definisce la progressione degli eventi.

 

 

La trovata narrativa che però innesca nel film il germe della torsione mèlo sta tutta nella scelta del regista (che è anche sceneggiatore) di fare di Elisa l’amministratore segreto del gioco che sta giocando assieme a Félix. Nessuno spoiler, tranquilli, ché il film questo lo dice sin dall’inizio allo spettatore (ma non a Félix), proprio perché Jorge Cuchi gioca sulla necessità di costruire una sia pur implicita, rimossa, sfera sentimentale per l’incontro tra questi due giovani amanti d’oltretomba, già morti al loro destino eppure ancora viventi nel sentimento che li unisce. Elisa governa il gioco e Félix lo esegue corrispondendo inconsciamente alla implicita richiesta di connivenza nel sogno di morte della ragazza. L’edificazione di un amore alla quale assistiamo segue l’architettura tutt’altro che romantica dei sentimenti e si affida piuttosto allo smantellamento progressivo di quell’apparato di relazioni che tiene insieme le loro ancora acerbe e già nullificate identità. L’automutilazione, l’offesa fisica, il danno gratuito, l’eliminazione del male sono le tappe della sfida in cui Elisa e Félix si incontrano per amarsi senza sapere davvero cosa sia l’amore. La rappresentazione del loro universo è ottusa come ottuse sono le ragioni del loro gesto e in questo il film è stranamente spiazzato, diviso tra l’empatia impossibile e il giudizio rimosso. Jorge Cuchi prova tenerezza per i due ragazzi, ma non sembra volerli capire, forse proprio perché sa che nessuno potrebbe capirli davvero. La necessità di inserire il loro amore dannato, quasi shakespeariano, in una sfera mitologica (foss’anche una mitologia urbana o social) corrisponde infatti alla voglia di spingerli in un contesto di alterità rispetto alla realtà, che ne santifica l’irrazionalità e ne sanifica l’orrore. Anche questa può essere una forma di pietas.

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