Effetti collaterali della guerra, quella del Donbass nel caso specifico: Bad Roads (Pohani Dorogy, a Venezia 77 nella 35ma Settimana Internazionale della Critica), l’opera prima della regista ucraina Natalya Vorozhbit, è un film sulla natura collaterale del dolore, sul rapporto orizzontale che parifica vittima e carnefice sotto lo stesso cielo. Che è quello dell’Ucraina e della sua guerra sostanzialmente fratricida, osservata dalla regista nella sua ricaduta morale, nell’andare in frantumi della relazione umana intesa come comunione di codici morali e di gestualità condivise. La struttura segue la drammaturgia teatrale di partenza, essendo il film tratto da una pièce che Natalya Vorozhbit ha scritto e messo in scena a Londra nel 2017: sostanzialmente cinque scene a due, massimo tre personaggi, in cui la militarizzazione delle coscienze travalica il rapporto tra uomini in divisa e civili. La violenza è interiorizzata nella sua dimensione orizzontale, sia essa esercitata nelle azioni e nelle parole sia essa subita, temuta e in qualche modo metabolizzata. E il film gioca molto sull’orizzontalità anche visivamente, nella costruzione dei quadri e nei movimenti di macchina. Non c’è scampo in questa progressione irrazionale, che si basa su una concatenazione narrativa delle situazioni e dei personaggi, anche se poi le figure in campo mutano: un checkpoint assiste alla commedia di due militari e un uomo mezzo ubriaco che non trova il passaporto, ognuno vittima del proprio ruolo dinnanzi all’altro. Il poveraccio chiede notizie di una ragazza che presume prigioniera dei bisogni sessuali dei soldati e l’episodio successivo trova tre ragazzine a una fermata del bus vicino un posto militare: litigano, alludono, attendono uomini in divisa, arriva una donna che cerca inutilmente di riportare a casa una di loro. Poi la quarta scena, la più lunga e terribile, in cui un soldato tiene prigioniera una ragazza e la tortura psicologicamente e non solo, innescando un gioco tra vittima e carnefice che avrà un esito d’inversa salvezza. Infine l’episodio finale, il più lucido e violento, non fisicamente ma moralmente, anche questo già evocato nella scena precedente: una ragazza di città investe con la sua auto una gallina e fa l’errore di fermarsi per risarcire la coppia di contadini, finendo in un teatro dell’assurdo sospeso sulla tragedia dell’umanità perduta…

 

 

Natalya Vorozhbit gestisce questo materiale con una tagliente lucidità drammaturgica, in cui la psicologia è meramente funzionale alla definizione di uno scenario azzerato nei valori ma non nell’umanità di fondo. Il punto veramente drammatico di Bad Roads è proprio questo senso della persistenza dell’umanità che non riesce a cedere il passo, ma che cerca di trovare un dialogo con l’irrazionalità della violenza, con la pulsionalità del male. In ognuno degli episodi è proprio questo scontro a vibrare sui corpi dei personaggi in maniera sempre più violenta perché sempre più inconscia: effetto collaterale, appunto, di un’azione che resta comunque fuori scena. La tentazione della vittima di farsi carnefice travalica il ruolo che ognuno riveste e tutto accade sotto un cielo che osserva la scena per niente imperterrito. Infatti la luce così precisa e concreta che illumina ogni quadro è una funzione sulla quale il film lavora con straordinaria attenzione: dalla controra del primo episodio, al crepuscolo che incede nella notte dei sue successivi, al tramonto dell’ultimo, per non dire della turnazione diurna/notturna della luce che dall’esterno invade le macerie in cui è prigioniera la ragazza nell’episodio centrale. La Vorozhbit studia con precisione i quadri che costruisce, ricreando in natura l’effetto della luminosità teatrale, così chiaro e determinante.

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