Nel breve incipit che mostra il brutale arresto del giovane Talib Ben Hassi, presa al collo e quel lancinante “non respiro” pronunciato dal ragazzo, la mente corre ovviamente al più recente caso di George Floyd, sebbene la fonte dichiarata dai due autori Anders Ølholm e Frederik Louis Hviid sia invece l’arresto di Benjamin Christian Schou, avvenuto in Danimarca nel 1992. È il punto prospettico ideale per inquadrare un film – a Venezia nella selezione ufficiale della Settimana della Critica – che opera attraverso continue sovrapposizioni, a iniziare proprio da quelle formali: nel suo approccio brutale e realistico ai temi del razzismo e della gestione delle realtà multietniche all’interno della società danese, Shorta predilige infatti le strategie proprie del cinema di genere americano, con specifico riferimento al noir metropolitano degli anni Settanta. È in questo scenario che si va a iscrivere il turno di otto ore che dovranno passare insieme Jans e Mike, due poliziotti differenti per indole e iconografia. L’uno, segaligno e silenzioso, è stato testimone del caso Ben Hassi ed è atteso per una deposizione che potrebbe incriminare definitivamente o assolvere gli agenti che hanno materialmente commesso il fatto. Allo spettatore si offre come il poliziotto “buono”, ligio al dovere, capace di mantenere il controllo, eppure indeciso su molte cose, come dimostra quella fede che non vuole portare al dito per lasciarsi aperte altre possibilità amorose. Mike dal canto suo è invece il cane sciolto della situazione, il duro dalla corporatura massiccia, loquace e dai modi spicci: un tipo sfacciatamente razzista e sempre pronto a intimidire i rappresentanti della minoranza musulmana che vivono nel quartiere-ghetto di Svalegården, in barba agli ordini superiori di starne lontani perché le tensioni sono al momento altissime.

 

 

Progressivamente, però, i due registi iniziano a incrinare le certezze giocando proprio con le iconografie, a iniziare dal quello Shorta del titolo, che rimanda al termine arabo per “sbirri” e che finisce suo malgrado per designare i due protagonisti con cui lo spettatore dovrà interfacciarsi. Altri piccoli segnali emergono quando i poliziotti, bloccati dai ragazzi in protesta, devono uscire dal quartiere e, abbandonate le divise, indossano abiti civili: nero per Jen e bianco per Mike. Perché in fondo l’uno è l’elemento dissonante nel corpo, quello che non accetta la logica del gruppo in cui è perfettamente integrato il secondo. Nel divertito gioco di rimettere in discussione le certezze, Jen si dimostrerà così l’elemento debole del duo, capace di abbandonare le sue granitiche sicurezze per aver salva la vita, mentre su Mike si articolerà l’arco narrativo più complesso, che lo vedrà comprendere sempre più le dinamiche di quel ghetto fino allora disprezzato. Con un approccio muscolare e immersivo all’avventura, il film di Ølholm e Hviid elabora gli spazi e scolpisce la fisicità dei corpi nel nero pece generato dai tagli di luce espressionisti. Cerca così una via personale e al contempo spendibile sui mercati internazionali a una storia danese capace di riflettere le fragilità di tutto il mondo occidentale, creando risonanze con altre recenti opere europee (’71, di Yann Demange o I miserabili di Ladj Ly). Un pragmatismo forse ascrivibile più ai trascorsi di Ølholm, il cui bagaglio nella scrittura spazia dal thriller-drama (Aminas breve) al supereroistico (la trilogia di Antboy), mentre la produzione assicurata da Signe Leick Jensen e Morten Kaufmann rimanda al cinema di Thomas Vinterberg e Lars von Trier: un’altra curiosa sovrapposizione fra orizzonti apparentemente lontani, che amplia la vertigine in cui si muove il film.

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