Il conflitto al cuore degli eventi, misura di tracce inafferrabili, assenze ingombranti, specchio di un dolore che mette radici e disorienta, agita, commuove, stordisce, rimbalza nel corpo e brucia negli occhi, s’infiamma nei capelli e incenerisce sulla pelle. Jamila cresce nonostante il vuoto, il caos, gli errori, la solitudine che sceglie come corazza per difendersi dalla paura del rifiuto, dalla deriva delle proprie insicurezze. Diventa grande e cambia faccia ma tiene vivo quello sguardo fiero che la spinge ostinatamente a sognare a occhi aperti, in attesa di un appiglio, di uno spiraglio di luce. Terzo film di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, realizzato dopo l’esperienza maturata con i due documentari Butterfly (2018) e The Things We Keep (2017), Californie è un racconto di formazione che mescola finzione e realtà rappresentando cinque anni cruciali nella vita di Jamila, una giovane originaria del Marocco che vive con la sua famiglia a Torre Annunziata. Carattere impervio e spirito indomabile come i suoi capelli, la ragazza guarda al futuro con fiducia ma il rapporto conflittuale con i suoi coetanei e l’assenza della famiglia la spingono a costruire un muro sempre più alto dietro al quale nascondersi tanto da tenersi a distanza anche da chi vorrebbe darle una possibilità di riscatto. Jamila vuole essere riconosciuta da un sistema che reputa ostile e incomprensibile, cerca conferme lontano da scuola e inizia a confrontarsi con le dure responsabilità del mondo del lavoro per diventare sempre più autonoma.

 

 

 Nel corso di questi lunghi cinque anni l’irrequieta macchina da presa di Cassigoli e Kaufman insegue la ragazza quasi accompagnandola e mai anticipandola, catturando frenesie e contraddizioni senza rinunciare a sollevare con leggerezza la poesia dei momenti più delicati e il costante dialogo con i luoghi altrettanto agitati e decisivi per la narrazione di questa palpitante pre-adolescenza in bilico tra salvezza e smarrimento. Per sottolineare la scelta di mettere al centro del racconto il personaggio di Jamila i due registi hanno scelto il formato 4:3 quasi come a voler eliminare ogni spazio laterale e marginale e poter quindi lasciare il centro del fotogramma alla ragazza. Un’ambiguità di senso e un’irrisolutezza esistenziale espresse fin dalla scelta del titolo: nome di un luogo fisico, Californie è il salone di bellezza dove lavora Jamila che avrebbe dovuto chiamarsi California ma per l’errore dello stampatore si chiama Californie. Se da una parte quindi, è un equivoco di fondo a indicare quella meta idealizzata che inizialmente avrebbe dovuto riferirsi a un quartiere di Casablanca dove Jamila sognava di tornare a vivere, dall’altra questo slittamento semantico rimanda alla natura stessa di un film aperto e complesso, scandito sì dal susseguirsi incessante degli anni ma svincolato da rigide valutazioni morali grazie anche a una struttura che convoca di continuo lo spettatore a porsi domande e offrire la propria interpretazione dei fatti.

 

 

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