Leda (Olivia Colman) è una professoressa d’inglese indipendente e schiva, che sbarca su un’isola greca per godersi, più che una semplice vacanza, un periodo di solitudine e pensieri. Presto instaura una routine fatta di passeggiate, letture in spiaggia e poche, pochissime parole. Ma sospesa in un intorpidimento tra sabbia e mare, Leda inizia a incuriosirsi di una chiassosa famiglia di greco-newyorchesi che le sciama vicino, attirando la sua attenzione. Al centro della tribù c’è Nina (Dakota Johnson), fisico scultoreo e sguardo glaciale che sembra invece chiedere aiuto e comprensione, e la sua figlioletta continuamente in lacrime. Questo rumore che si trova di fianco, sempre più ingombrante, spinge Leda prima a mescolarsi con gli intrusivi vicini di ombrellone e poi a lasciarsi andare all’onda dei propri ricordi, spesso traumatici, forse dolorosi e sempre al limite del rimosso psicanalitico. Nell’adattare l’omonimo romanzo di Elena Ferrante, Maggie Gyllenhaal sposta l’azione dal meridione italiano al mare cristallino della Grecia, mantenendo però lo sguardo introspettivo che oscilla tra senso di colpa e ostentazione di libertà, tra indipendenza del presente e peso schiacciante di un passato che non smette di lasciare traccia. Leda sprofonda sempre più nei suoi ricordi, sovrapponendoli a quel che sta vivendo, forse lasciando che la sua rinnovata consapevolezza scavi nel magma oscuro di un passato mai ricostruito per comporre ora i pezzi, per trovare – finalmente – una via di uscita. Gyllenhaal ricostruisce il flusso di memoria di Leda andando avanti e indietro nel tempo, descrivendo l’assurdità di alcune azioni dell’oggi e trovandone le motivazioni profonde in traumi ormai lontani: il meccanismo binario si sussegue con la cadenza di un metronomo, togliendo però spessore e continuità al flusso narrativo e inciampando spesso nella ripetitività un po’ legnosa dei due piani.

 

 

Colman incarna la Leda di oggi con un broncio perenne e un ciglio sempre umido, sospesa tra stupore e imperturbabilità, tra rimorsi e orgoglio d’indipendenza e – udite udite – non sempre è messa a fuoco. Jesse Buckley è più sfumata nel proporre il quadro d’insieme della Leda giovane, studiosa dalle grandi ambizioni e dalle limitazioni pratiche, due figlie piccole che le tolgono spazio e respiro e un marito amorevole ma lontano che la inchioda alla propria condizione. The Lost Daughter è in fondo la storia di un’indipendenza raggiunta attraverso il dolore e l’abbandono, che anche a distanza di anni chiede il conto per essere finalmente accettata, liberata dai sensi di colpa, vissuta come un dolente e necessario atto di libertà. Gyllenhall risolve questo continuo saliscendi temporale affidando al racconto una tonalità allucinata, sospesa tra i colori accecanti della Grecia e gli interni bui e grigiastri degli anni inglesi. Il risultato è un film la cui continua scissione affatica e non libera il racconto, dove i numerosi momenti simbolici sfiorano la didascalia, in cui i personaggi secondari hanno spesso una monodimensionalità irrisolta e sono usati come semplice e funzionale diversivo. La fotografia in continua evoluzione di Hélène Louvart impreziosisce il film di sfumature sempre diverse, ma i numerosi inciampi della sceneggiatura – scritta dalla stessa Gyllenhaal e premiata con enorme generosità dalla giuria veneziana – creano più di un momento di ristagno, di involuzione. Al centro del film, in maniera chiara e a suo modo anticonvenzionale, è il tema multiforme e inafferrabile della maternità: The Lost Daughter, nonostante i non pochi momenti felici, sembra silenziare la potenza ancestrale del suo cuore emotivo perdendosi alla ricerca di un’emblematicità universale che trascolora in un melodramma dall’anima divisa in due. In questo specchio frantumato di madri e figlie, unite attraverso luoghi e tempi e continuamente messe sotto scacco, abita un’anima profonda che solo a tratti affiora dalla superficie del mare in cui le protagoniste si immergono alla ricerca di una completa, liberatoria purificazione.

 
 

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