Curve nella memoria: Memory di Michel Franco

Quando in Memory sentiamo Whiter shade of pale e Gary Brooker cantare “And although my eyes were open, They might have just as well’ve been closed” comprendiamo la ragione che porta Saul (Peter Sarsgaard, vincitore della Coppa Volpi) ad ascoltare di continuo il famoso pezzo dei Procol Harum: i suoi occhi sono aperti ma è come se fossero chiusi, incapaci di vedere il proprio passato, senza capire del tutto i propri ricordi. La sua memoria, come la sua vita, è un mistero come già Jimmy Rabbite in The Commitments affermava quando traeva le somme sulla sua vicenda personale trovandola un mistero quanto i primi versi della canzone. Analogamente, quando Anna (Brooke Timber), la figlia dell’assistente sociale Sylvia (Jessica Chastain), raggiunge l’appartamento di Saul per liberarlo dalle sue prigioni, non dice molte parole, non compie gesti straordinari, semplicemente con l’estrema acerba gentilezza che la contraddistingue convince l’uomo a seguirla e a fidarsi. Un mistero, appunto. Come perdere la memoria. E nel bel film di Michel Franco, che torna in Concorso a Venezia 80, la memoria, come la fiducia, è persa di continuo: la perde Saul ma anche Sylvia che mescola paure e suggestioni, visioni del passato e angosce del presente; è persa dalla madre di Sylvia (Jessica Harper) che dice di non aver visto ciò che la figlia dice di avere subito, eppure sembra aver capito, ma anche in un certo senso è smarrita dalla sorella Olivia (Merrit Wever), che all’epoca dei fatti sconvolgenti denunciati da Sylvia aveva otto anni e i suoi ricordi sono sempre stati confusi, sbiaditi, da non credere, appunto.

 

 

Memory è un film labirintico, di misteri irrisolvibili e incomprensibili, dove l’unica strada percorribile è tracciata dalla possibilità di ricomporre la fiducia verso di sé e verso gli altri. Michel Franco ne è ben consapevole e poco dopo l’inizio del film colloca i suoi protagonisti dentro un’unica lunga inquadratura, improvvisamente, nel bel mezzo di una festa tra ex compagni di liceo, all’interno di spazi caotici resi possibili da una fissità di sguardo che disorienta e alimenta più di un dubbio: Saul si siede accanto a Sylvia per sedurla? Perché Sylvia sembra scocciata? Ma Sylvia e Saul si conoscono? Quale prospettiva seguire? Di chi fidarsi? Chi dice la verità? E perché l’uomo decide di dormire sul marciapiede sotto casa della donna dopo averla seguita? E cosa spaventa Sylvia, quali incubi ha vissuto in passato? Dentro questa dimensione sospesa resa possibile dal contrasto tra una fredda messinscena e il calore degli affetti, con le luci che gradualmente prendono il posto delle ombre, con gli interrogativi e i sospetti che lasciano lo spazio all’equilibrio dei rapporti ottenuto con nuove misure, Michel Franco, qui al suo ottavo lungometraggio (quarto realizzato insieme al direttore della fotografia Yves Cape, secondo girato negli Usa), realizza un film molto controllato e solido, che inizia con asprezza, incontra la tenerezza e chiude con commozione, dove emerge chiaramente la volontà di portare in scena sentimenti nascosti e necessari per guarire i due protagonisti dalle proprie sofferenze, vittime del tempo e della società in modi diversi. Memory è un film che si confronta con l’emarginazione e il fallimento, a partire dal rapporto con gli spazi (si pensi alla rappresentazione di New York, sempre anonima ma anche alle chiusure dell’appartamento di Sylvia), di cose dette e taciute per troppo tempo, cose viste e forse mai accadute, cose non viste e forse soltanto immaginate.

 

 

Franco ha dichiarato: «Volevo girare un film sulle persone che, per un qualsiasi motivo, si perdono nelle maglie della società. La loro incapacità, o riluttanza, a conformarsi alle aspettative è spesso radicata in fatti che esistono soltanto nei loro ricordi. A volte però è la marginalizzazione stessa a offrire una via di fuga dalle ombre del passato, una possibilità di costruire una vita nel presente. Memory si chiede se sia davvero possibile fuggire da tali ombre». Ce lo domandiamo anche nei due passaggi più delicati del film: il primo bacio tra Saul e Sylvia, segnato dal silenzio e dalla distanza della macchina da presa che sottolinea senza enfasi ma con tanta tenerezza la nascita di un amore, e la rivelazione sconvolgente del passato di Sylvia nel prefinale quando tutti i personaggi sono ripresi in campo lungo e inseriti in un’unica graffiante inquadratura dove, la sola che continua a negare e non credere è proprio la madre che è ripresa di spalle. La coppia Chastain-Sarsgaard vive un’attrazione insolita ma credibile, appassionante e l’impressione è che il cinismo che spesso ha contraddistinto il cinema di Franco (come nel precedente Sundown), qui lasci spazio ad un’apertura (di occhi) incoraggiante, come suggerisce il quasi lieto fine, liberatorio e a suo modo coraggioso.