A distanza di due anni dalla rilettura al maschile di Salomè e da quella satirica de Il Fantasma di Canterville, Ferdinando Bruni e Francesco Frongia tornano a esplorare, sulle scene del Teatro Elfo Puccini di Milano, l’universo di Oscar Wilde attraverso un altro dittico di spettacoli: Atti osceni – I tre processi di Oscar Wilde (Gross Indecency: The Three Trials of Oscar Wilde: fino al 17 novembre) di Moisés Kaufman, basato sugli atti dei tre processi che nel 1895 portarono alla condanna di Wilde a due anni di lavori forzati per «gross public indecency», e L’importanza di chiamarsi Ernesto (The Importance of Being Earnest: 17 novembre-10 dicembre) dello stesso Wilde, la feroce commedia degli equivoci in scena nel West End di Londra all’epoca dei processi. Dunque lo scrittore irlandese viene presentato allo stesso tempo come oggetto e soggetto dell’esplorazione, parlato e parlante, paziente e analista di un teatro dove racconto e finzione, vita e arte, cronaca e melodramma si fondono per alimentare l’osservatorio permanente sul tema della diversità e sulle sue declinazioni storiche e sociali fondato da Bruni e Frongia. La pièce di Kaufman, a sua volta, si muove disinvoltamente tra gli stilemi del teatro epico novecentesco di Bertold Brecht ed Erwin Piscator e quelli del mélodrame ottocentesco di René-Charles Guilbert de Pixerécourt (con cui giocava lo stesso Wilde), tra i toni del teatro di narrazione contemporaneo e quelli della finzione più classica, tra reportage e pathos, tra riflessione e immedesimazione, tra pulsione retorica e pulsione erotica. Come ha sottolineato Tony Kushner, autore dell’indimenticabile Angels in America (portato in scena sempre all’Elfo da Bruni ed Elio De Capitani nel 2009), Atti osceni, nel «suo intreccio di avidità, intelligenza, brillante dialettica, hybris, conflitto di classe, tragedia e commedia», raggiunge una «dimensione shakespeariana, il che non significa una posizione di retroguardia, dal momento che in questi tempi di drammaturgia cauta, modesta e circospetta nell’allontanarsi dai confini del quotidiano, gli scrittori più genuinamente radicali della nostra epoca sono impegnati a (ri)scoprire l’inesauribile vitalità di Shakespeare».

Kaufman fa un lavoro di montaggio acrobatico tra le trascrizioni dei processi, opere note e poco note di Wilde (ad esempio L’anima dell’uomo sotto il socialismo o Il rinascimento inglese dell’arte) e le testimonianze scritte dell’amico George Bernard Shaw, dell’amante Lord Alfred Douglas e dell’avvocato Frank Harris, ruotando continuamente i punti di vista per restituirci una rappresentazione stereografica dell’oscenità dei processi a Wilde, finalmente condannato per oscenità: il cortocircuito tra accusatore e accusato, tra la forma del giudizio e la sua sostanza, ci ricorda non solo che le società puritane periodicamente si rigenerano scegliendo i loro capri espiatori, ma anche che Wilde assunse scientemente su di sé quel ruolo, pur potendo approfittare della sua fama per scappare e salvarsi. La pièce è dunque una radiografia dell’atrocità vittoriana e allo stesso tempo un’ode al coraggio, che chiede agli attori la capacità di essere narratori e personaggi allo stesso tempo, anch’essi soggetti e oggetti del racconto, di passare dall’allocuzione diretta al pubblico, infrangendo la famigerata quarta parete, al lirismo dell’interpretazione chiusa nella storia.

La regia, le scene e i costumi di Frongia e Bruni nella loro studiata essenzialità fanno di tutto per agevolare il precipitare del testo verso la sua conclusione, scandendo con precisione ad orologeria questa cronaca di una morte annunciata dalla Storia, cui la storia di Kaufman tenta di dare nuova vita e soprattutto nuovo potere di militanza contro l’omofobia. Gli attori si prestano con grande generosità a questo duplice arduo slittamento della ricostruzione documentaria nella rampogna morale (con spolverate di toni saltimbancheschi) e nell’auscultazione sentimentale. In particolare Giovanni Franzoni (Wilde) e Riccardo Buffonini (Douglas), dopo avere indugiato a lungo sulle superfici programmaticamente dandy dei rispettivi personaggi si lasciano cadere negli abissi della loro solitudine affettiva e sociale, facendo sgorgare dal testo una tristezza lancinante che lascia il pubblico per qualche istante senza fiato.

 

Foto di Laila Pozzo

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