Rivedere oggi i film simbolo di quella che è stata definita la nouvelle trouille francese – Martyrs (2008) di Pascal Laugier, Frontière(s) (2007) di Xavier Gens e À l’intérieur (2007) di Alexandre Bustillo e Julien Maury – significa confrontarsi con un cinema che aveva già intuito, con estrema lucidità, una frattura profonda nel corpo sociale europeo. A distanza di quasi vent’anni, ciò che colpisce è, ancora e certamente, la violenza estrema che li ha resi celebri, ma anche e soprattutto la precisione con cui quei film mettevano in scena un mondo che stava perdendo i propri dispositivi di mediazione: politici, simbolici, etici. È un cinema che intercetta la paura come struttura diffusa, come atmosfera. In questo senso, le tre pellicole non parlano semplicemente di violenza, ma di soglie infrante, di spazi che smettono di proteggere, di corpi che non possono più essere garantiti da nessuna istituzione. In Martyrs l’orrore si configura come processo. Il film si apre come un thriller, con una ragazzina che fugge da un luogo di segregazione e violenza, le cui ferite psicologiche segnano la crescita sotto forma di allucinazione e paranoia. L’ingresso nello spazio borghese della famiglia apparentemente normale sembra promettere un racconto di vendetta, una traiettoria riconoscibile in cui il dolore trova un bersaglio. In apertura una immagine di Martyrs di Pascal Laugier.

È una promessa che il film formula per poi lasciarla collassare sotto il peso di ciò che seguirà. Dopo queste prime fasi, Martyrs entra, infatti, in un territorio che sfugge a ogni genere stabile: la violenza si organizza, assume una forma sistemica, diventa metodo. Il corpo della protagonista viene progressivamente privato di funzione narrativa, ridotto a superficie, a materia sottoposta a una procedura ripetitiva e clinica. È qui che il film sposta definitivamente il proprio asse: la violenza diventa esperienza estrema in quanto fatto ideologico. L’organizzazione che orchestra il supplizio è un’élite razionale, convinta che il sacrificio (altrui) consenta l’accesso a un sapere capace di giustificare ogni atrocità. Rivedere oggi Martyrs significa confrontarsi con un’opera che ha intercettato una deriva profondamente contemporanea: la legittimazione istituzionalizzata della violenza.

In Frontière(s) l’orrore si inscrive fin dall’inizio in una geografia precisa. Il film si apre su una Parigi attraversata da rivolte che fanno da sfondo a una fuga precipitosa. Un gruppo di giovani tenta di allontanarsi dalla città, di attraversare un confine, di guadagnare un fuori. Questo movimento iniziale è carico di ambiguità: il margine appare come spazio residuale in cui sottrarsi al caos del centro. La frontiera evocata dal titolo è una soglia simbolica e politica. Il luogo in cui i protagonisti si rifugiano è abitato da una famiglia che incarna la genealogia stessa della violenza. L’orrore è incorporato negli spazi, nelle pratiche quotidiane, nella trasmissione dei ruoli; la casa diventa un archivio vivente, un deposito di ideologia. Il riferimento a Non aprite quella porta (1974) emerge nella centralità della famiglia come luogo di trasmissione della disfunzionalità, ma in Frontière(s) questa dinamica si innesta in un contesto europeo riconoscibile, trasformando il rural horror in una riflessione sulla persistenza di un pensiero identitario che si trasmette per via domestica. L’estrema destra che il film mette in scena è incarnata, quotidiana, organizzata attorno a una gestione dei corpi come risorsa da selezionare, eliminare e preservare. Nel finale questa logica si espande: la fuga della sopravvissuta dal microcosmo familiare si riversa immediatamente in un ordine più ampio. L’orrore rientra nel corpo sociale attraverso figure che incarnano continuità e legittimazione, mostrando come la violenza ideologica possa adattarsi e riprodursi (e arrivare fino a noi – oggi).

In À l’intérieur l’orrore si condensa in uno spazio unico e in un tempo quasi continuo. La vicenda si svolge interamente all’interno di una casa (civico 666), durante una notte, attorno a un corpo femminile in stato di vulnerabilità estrema: una donna incinta, sola, isolata. Lo spazio domestico viene progressivamente svuotato della sua funzione simbolica. Porte, finestre, stanze non offrono riparo né controllo; la casa si trasforma in un campo di assedio. Il corpo femminile diventa territorio conteso, superficie su cui si esercita una forma di appropriazione ossessiva. La messa in scena rifiuta qualsiasi alleggerimento, insistendo su una violenza ravvicinata e insostenibile. La visione di À l’intérieur intercetta una paura ancora (e sempre più) attiva: quella legata al controllo dei corpi e alla fragilità delle strutture che dovrebbero garantire rispetto e protezione. In un contesto come quello contemporaneo segnato dall’erosione progressiva dei diritti, dalla riemersione e consolidamento di forme di autoritarismo e dalla normalizzazione di pratiche violente nel discorso pubblico, questi film mostrano come l’orrore non abbia bisogno di irrompere dall’esterno, ma trovi terreno fertile nelle strutture stesse che organizzano la vita sociale. La famiglia, la casa, l’istituzione, il sapere: ciò che dovrebbe garantire tutela diventa dispositivo di esclusione e controllo. Martyrs, Frontière(s) e À l’intérieur sono pellicole che continuano a parlarci perché
mettono in forma una condizione in cui la violenza smette di apparire come eccezione e si stabilizza come possibilità permanente, amministrata e legittimata. Un cinema che non consola e non offre soluzioni, ma restituisce, con acutezza disturbante, la sensazione di vivere dentro un ordine fragile, trasformatosi in un sistema di sopraffazione.


