Secondo una provocazione di Eugenio Montale, risalente al 1963, “non si può essere grandi poeti bulgari”. Chissà cosa penserebbe il Nobel genovese di un personaggio straordinario come il bulgaro Ivo Dimchev, a cui la “grandezza” non è certo estranea, espressa attraverso una voce che è emozione pura (e pura poesia). Celebre in patria e noto negli Stati Uniti, ma praticamente sconosciuto in Italia, Ivo è il mattatore assoluto di In Hell With Ivo, un’opera in equilibrio tra audacia visiva ed esaustività narrativa, incentrata sulla sua vita e sulla sua arte, diretta dalla cineasta e produttrice Kristina Nikolova, anch’essa bulgara, selezionata (dopo aver vinto il Premio Speciale della Giuria del concorso documentari al Sarajevo Film Festival) nelle Visioni Queer del Trieste Film Festival (sezione che per il secondo anno consecutivo è parte rilevante della rassegna). Ivo Dimchev, ora cinquantenne, è un artista queer che incanta il pubblico di ogni posto in cui si esibisce, attraverso show elettrizzanti che miscelano in maniera singolare canto, teatro, danza e arti visive. Nikolova ce lo racconta nel presente, lasciando che la sua storia (personale, famigliare, professionale) emerga tra le pieghe di un’attività incessante e di una serie di incontri, tra cui ricorrono più di altri quelli con i genitori, che hanno da sempre un rapporto controverso con il figlio, orgogliosi dei risultati e della fama da lui conseguiti eppure mai del tutto pacificati con il suo orientamento sessuale, con il suo essere costantemente sopra le righe, con la trasgressività esibita. Figure che difettano degli strumenti culturali per comprendere Ivo, esemplari tutto sommato in linea con l’atteggiamento omofobo di una società conservatrice e chiusa come quella bulgara, che non per caso a un certo punto è andata stretta a Dimchev, che si è trasferito a New York.

Dotato di una voce calda e sensuale, ricca di sfumature e con un registro cangiante che la rende unica, l’artista – da anni positivo all’HIV – ha affrontato anche il lockdown del Covid con un approccio tutto suo, realizzando oltre 400 concerti gratuiti, ad personam, nelle case della gente disposta ad accoglierlo. E ha poi conquistato vaste platee in tutto il mondo con uno spettacolo nel quale, oltre a cantare brani del suo repertorio e ballare, chiede al pubblico cosa sceglierebbe tra “andare all’inferno con Gesù o in paradiso con Trump”. Dilemma solo apparentemente dissacrante, perché Dimchev – che ha avuto un’intensa frequentazione religiosa nel periodo giovanile e professa tuttora la fede cristiana, non manifestando alcuna incertezza nella sua posizione rispetto al quesito – chiede di trattare seriamente la questione, anche se le risposte che riceve sono a volte esilaranti nella loro articolazione ovvero nella loro giustificazione. Nikolova ha conosciuto il suo protagonista a Sofia, dove egli aveva una galleria d’arte, e ha deciso di metterne a fuoco la complessità, la gioia di vivere, la verve vulcanica: “La sua – argomenta – è una presenza elettrica, apertamente gay, brillante, provocatoria…Ivo incarna un’arte senza compromessi, capace di portare luce e guarigione nei momenti di crisi. La sua storia parla della solitudine dell’artista, dell’alto prezzo dell’integrità e del potere dell’arte di liberare, connettere e trasformare”. Anche grazie a una sceneggiatura ariosa e a un montaggio fluente, l’autrice ha costruito il ritratto, disarmante ed emozionante allo stesso tempo, di un performer totale “che ha fatto della propria vita un atto artistico radicale” e non ha paura di mostrarsi nella sua esplosiva esuberanza come pure nella sua vulnerabilità. Il film gioca su molte opposizioni (reali o apparenti), quindi sulla tensione tra libertà e censura, desiderio e dolore, corpo e fede, fisicità dirompente e sensibilità estrema, kitsch ed eleganza, imprevedibilità e rigore, seguendo da vicino un artista che “trasforma la sofferenza in bellezza e l’eccesso in verità”.


