Tra dolore, fantasia e avventura: al 37 Trieste Film Festival Leila di Alessandro Abba Legnazzi

Padre e figlia, alle prese con la separazione dolorosa dalla compagna e mamma, che una mattina lascia la casa di campagna dove la famiglia è solita passare l’estate, per non farvi più ritorno. È una materia fortemente autobiografica quella di cui è impastato Leila di Alessandro Abba Legnazzi, che al Trieste Film Festival era in gara per il Premio dedicato alla memoria di Corso Salani. Ma c’è di più, in una miscela che integra realtà e immaginazione, paure e sogni, per mezzo della quale il regista racconta di sé, della figlia Clementina e della ex compagna Giada, lasciando invero sullo sfondo la relazione tra i due adulti, che era evidentemente giunta al capolinea, senza approfondire più di tanto le ragioni della rottura. È dal ricordo di Clem che emerge il modo creativo in cui il padre ha trasformato l’assenza della mamma/compagna, costruendo per sé e la bimba un universo di fantasia, un gioco che filtra la realtà e protegge entrambi, dando una consistenza fisica e, allo stesso tempo, uno sfogo esteriore alla sensazione di malessere profondo che lo zavorrava. Non per caso l’immersione nel mondo fiabesco in cui Clementina e Alessandro diventano gli impavidi aviatori Leila e Tonio – che devono guardarsi dalla Regina delle Acque e dal suo misterioso Esercito del Bene, come anche dall’Uomo Toast, che potrebbero aver rapito la mamma – comincia con un fuori fuoco insistito, dall’interno della casa verso l’orizzonte: la figlia poco rammenta del momento in cui l’unità familiare si è frantumata, e allora il papà/autore la guida in un avventuroso percorso di svelamento, che diventa un viaggio di formazione, e anche un sintonizzarsi su nuove lunghezze d’onda.

 

 
Il filmaker bresciano Abba Legnazzi aveva firmato in passato lavori singolari, in equilibrio tra documentario e finzione, come Rada (che nel 2014 fu premiato quale miglior documentario al Festival di Torino), Storie di uomini e lupi e L’Ors: opere di ampio respiro, che nascevano da storie scovate con estrema cura, poi oggetto di rigorose ricostruzioni. In questa occasione parte dal giardino di casa e opta almeno in principio per un tratto intimista, mettendo in scena in maniera personale e suggestiva le conseguenze di una rottura di cui è stato (co)protagonista: “Il film – ha spiegato l’autore – è la risposta sincera a un dolore. Una separazione è un tornado che travolge ogni cosa, dove tutti perdono razionalità e credono di avere ragione. Ma non ci sono buoni o cattivi: tutti sbagliano, tutti perdono”.

 

 
Il budget era con tutta evidenza ristretto, ma il regista non se n’è fatto condizionare, arricchendo la narrazione con le proprie doti da illustratore. Se in scena ci sono soltanto Alessandro e Clem, con sporadiche apparizioni di Giada (o anche solo della sua voce) attraverso i filmati dell’archivio familiare, è per mezzo dei bellissimi disegni realizzati dallo stesso Abba Legnazzi che lo spettatore conosce i personaggi con cui si confrontano Leila e Tonio. Anche se poi l’esercito è di fatto invisibile, e lo si percepisce per via di rumori che generano tensione, perfino angoscia (notevole, in tal senso, il suono in presa diretta). Mentre la casa di campagna diventa sempre più un fortino da difendere, la missione di riportare a casa la mamma fa i conti con l’evolvere delle situazioni, con sentimenti che mutano, con la sensazione crescente che la rottura non possa essere riparata ma, al limite, contenuta. Eppure restano le cose buone di un percorso che riscrive con leggerezza le regole di convivenza, metafora insieme lieve e potente di una crescita che passa attraverso il superamento di ostacoli in cui si mescolano bene e male, l’accettazione di un’assenza, la comprensione che i sentimenti non sono sufficienti a indirizzare le situazioni.