Doveva girarlo per la Columbia Send Help, ma di fronte alla richiesta della major di farne un film da mandare direttamente in streaming, Sam Raimi ha preferito guardare altrove, fino a trovare casa ai 20th Century Studios. Dunque non lontano dalla Marvel per cui aveva girato l’ultimo Doctor Strange, essendo entrambe aziende della Disney, anche se il risultato è per fortuna distante dalla resa annacquata dei tipici titoli da remake o franchise. Send Help è infatti il miglior lavoro di Raimi dai tempi di Spider-Man 2 e dimostra la sua capacità ancora intatta di stare fra i generi e i target, pur partendo da un canovaccio abbastanza convenzionale. Come un Travolti da un insolito destino in salsa horror e a parti rovesciate, infatti, il film immagina due personaggi opposti e costretti da un naufragio a convivere sulla classica isola deserta: lui, Bradley, ricco rampollo di una dinastia imprenditoriale è incapace a far da sé, al contrario di lei, Linda, impiegata vessata e che nelle terre selvagge si trova perfettamente a suo agio, essendo da tempo una fan dei survival-reality stile Isola dei famosi (o più precisamente del precursore Survivor). L’equilibrio del potere si ribalta, e Raimi da par suo lo modula sullo scorrere del tempo, da sempre centrale nei suoi racconti per dispiegare e definire le meccaniche comportamentali, dalla pelle sintetica di breve durata di Darkman alla partita della vita di Gioco d’amore.

Contestualmente lavora sul farsi dei sentimenti, che possono passare dalla comprensione all’odio e viceversa, come nei rapporti difficili tra Spider-Man e i suoi affetti. Il tutto però è inserito in un articolato gioco delle apparenze che stabilisce più livelli di lettura, dal metaforico (la terra selvaggia come metafora della competizione sociale e di lavoro) al metanarrativo, con i personaggi messi di volta in volta a confronto con differenti immagini della realtà, dall’ufficio, ai filmati del reality, fino all’isola che propone diversi scenari fino a sfornare presenze fantasmatiche, in uno dei momenti più efficaci del film. Il confronto e lo scontro fra i due protagonisti, perciò, è soprattutto una lunga partita sul mantenimento o ripristino di due differenti idee di mondo in cui i rispettivi poteri sono diversamente distribuiti (l’ufficio in cui lui è il capo, l’isola dove lei può ottenere il suo riscatto) e sul loro mantenimento nel tempo. Raimi modella questo scenario cangiante con un gusto inalterato per il gioco che si concretizza tanto nella frenesia con cui attraversa gli spazi – le soggettive del cinghiale come quelle demoniache de La casa – quanto nel piacere dello spogliare i suoi protagonisti e imbrattarli di sostanze corporee, dal sangue al vomito. Il corpo di Linda e Bradley non diventa tanto un territorio di conquista sessuale (come nel prototipo della Wertmuller), quanto un meccanismo di resistenza ai vari livelli di realtà che ne mettono continuamente in discussione l’essenza.

Coadiuvato da un intelligente script di Mark Swift e Damian Shannon (abili nel confronto/scontro, come avevano già dimostrato con l’ottimo Freddy vs Jason) e dalla consolidata bravura della protagonista Rachel McAdams (ereditata dal già citato Doctor Strange), Raimi conduce infatti lo spettatore su continue false piste, moltiplicando i ribaltamenti prospettici e le aspettative. Quello a cui assistiamo non è dunque soltanto il racconto di una perdente che ha la possibilità di rifarsi di fronte al boss, simbolo di una società patriarcale, ma l’educazione alla mostruosità suggerita lucidamente da un dialogo tra i due su come le circostanze e i ruoli creino i mostri. Un processo che troverà piena attuazione nel lieto/amaro finale, intinto di note beffarde. Perché, in fondo, è proprio quando gioca che Raimi inizia a fare veramente sul serio.


