Paura alle Hawaii: Ben – Rabbia animale di Johannes Roberts

A questo punto non è più così tanto semplice sciogliere il dilemma intorno alla figura di Johannes Roberts, perché se è vero che, fino a ieri, l’ottimo The Strangers – Prey at Night (2018) sembrava l’unica parentesi felice in mezzo a una filmografia costellata di titoli tendenti al ribasso, dal dittico sugli squali 47 metri fino a Resident Evil – Welcome to Raccoon City (e chissà se qualcuno si ricorda – speriamo di no – La foresta dei dannati con Tom Savini, uscito in home video anche da noi all’alba del Duemila), ora invece questo Ben – Rabbia animale, che rispetto al film del 2018 sembra porsi quasi come un titolo “gemello”, impone una riflessione finalizzata a rimettere in discussione qualsiasi certezza e preconcetto. Per fortuna. I modelli di riferimento restano i titoli già menzionati più o meno da tutti: dall’inarrivabile Monkey Shines – Esperimento nel terrore di Romero fino a produzioni più smaccatamente di cassetta come Link (Richard Franklyn, 1986) e Shakma – La scimmia che uccide (Tom Logan e Hugh Parks, 1990), senza dimenticare neppure il kinghiano Cujo (Lewis Teague, 1983), fosse anche solamente per l’espediente narrativo dell’animale placido e affettuoso che si trasforma in una spietata macchina di morte dopo aver contratto la rabbia (là da un pipistrello, qui da una mangusta).

 

 
Ma se Teague sceglieva un approccio spielberghiano alla materia, utilizzando la metamorfosi del San Bernardo come strumento attraverso il quale ritrovare l’equilibrio e la serenità di un nucleo familiare messo in discussione dalla crisi coniugale, Roberts guarda all’immediatezza di un Carpenter, omaggiato sia nei synth ottantiani della colonna sonora di Adrian Johnston che nella sequenza dell’armadio a muro, con lo scimpanzé nei panni che furono nientemeno dell’immortale Michael Myers.  I rimandi cinefili però non sono una giustificazione del risultato finale, pertanto non traggano in inganno: Ben – Rabbia animale piace e funziona perché rispetta fino in fondo i dettami di una serie B schietta e diretta, senza inutili orpelli a fare da cornice; la bella (anzi, le belle) e la bestia, l’Uomo contro il Mostro, in un crescendo inarrestabile di terrore che esalta l’importanza del genere senza volerne riscrivere daccapo le regole, ma piuttosto restituendogli la sua essenza più pura e incontaminata. Senza perdere troppo tempo in spiegazioni o a domandarsi il perché di questo o di quell’altro (“Non c’è più la rabbia alle Hawaii!”, tuona incredulo il padre delle protagoniste).

 

 
Non è solo una questione di spazi, per inciso tutti sapientemente sfruttati al meglio (la villa a picco sul mare, il terrazzo, l’armadio e – proprio come in The Strangers – Prey at Night, appunto – la piscina): anche co-sceneggiatore, Roberts è abilissimo a rilanciare continuamente la tensione aggirando e sfruttando a proprio vantaggio tutti quegli ostacoli in grado di mettere sotto scacco il racconto moderno: dall’handicap (la sordità) del padre, protagonista di una delle sequenze più memorabili, al ruolo dei telefoni cellulari, solitamente evitati come la peste – attraverso l’abusatissimo stratagemma della mancanza di campo – e che qui invece alla fine funzionano davvero, ma soltanto per chiamare soccorsi che non serviranno a nulla (che siano la coppia di ragazzi conosciuti in aereo oppure la polizia). Pandemico nello spirito e quindi contemporaneo come non mai (tutti dentro, ma il vero nemico non è fuori), è un cinema fatto di elementi basilari capace di aggredire costantemente lo spettatore attraverso i suoni e le immagini: sono anche questi i film dei quali oggi l’horror ha bisogno, e non di certo la fuffa troppo spesso spacciata superficialmente per elevated. Per i lettori fantasy e grimdark di passaggio: cameo dello scrittore Joe Abercrombie nei panni dell’agente letterario.