Una storia d’amore, limpida a suo modo, ma complicata dal gioco di relazioni che finisce per governarla: Iván & Hadoum sono i protagonisti dell’opera prima di Ian de la Rosa, giovani operai di una impresa agricola nel sud della Spagna. Per Iván si tratta di un lavoro legato alla sua storia familiare, un posto che ha ereditato dal padre morto d’infarto e che rappresenta anche la certezza per un avvenire tranquillo per la sua famiglia, nucleo solare e allargato, in cui la madre la sorella e un nipotino si muovono in armonia in una casa che ormai è troppo stretta per loro. Un nuovo appartamento potrebbe essere all’orizzonte, ma tutto dipende dalla promozione che il padrone, amico di famiglia, ha promesso a Iván, ovviamente a costo di qualche compromesso, soprattutto in vista della visita dei nuovi finanziatori attesa a breve. Su questa scena si muove anche Hadoum, origini marocchine, con un approccio disinibito alla vita, frontale nelle attese e generosa nelle pretese: i due lavorano insieme e Iván una sera la difende dai paesani che al bar trovano il modo per discriminare lei e le sorelle, trovandosi a sua volta discriminato, chiamato “ibrido”…

La cosa resta sul tavolo del film in equilibrio sul non detto, attenzione particolare di Ian de la Rosa che preferisce tarare le argomentazioni transgender non nella sfera problematica, ma in quella della normalità relazionale: l’identità di Iván non è la questione del film, così come le origini marocchine di Hadoum non sono il nodo destinato a venire al pettine delle tensioni in atto nel paese. Più che altro, questo è un film in cui la libertà degli individui è guardata come valore personale che si traduce in scelte di vita, in posizionamento rispetto alle proprie responsabilità nei confronti degli altri. Iván ama Hadoum ed è a sua volta amato da lei, ma la loro storia è schiacciata sul quadro delle relazioni di lavoro, sulle attese delle famiglie, sul ruolo che Iván può avere rispetto al destino lavorativo della ragazza. Stare dalla parte del padrone e garantire alla famiglia un futuro migliore in una nuova casa, oppure stare accanto a Hadoum è seguire il suo spirito libero, la sua indipendenza e la sua voglia di andare vie, altrove, in cerca di un futuro lontano.

Ian de la Rosa costruisce il film con una semplicità che non lascia campo al chiaroscuro, rendendo tutto limpido anche quando non è immediatamente evidente: le relazioni sociali sulla scena del paese sono cordiali ma allo stesso tempo improntate a rapporti di potere e di accettazione che fanno spesso i conti con l’ipocrisia mascherata da tolleranza. Alla stessa maniera le ragioni economiche si impongono sulle questioni morali, in un posizionamento reciproco in cui il gioco tra dare e avere è ambiguo. A fronte di tutto questo, la relazione che unisce Iván e Hadoum inciampa nel rischio di cedere alle pressioni di amici, parenti, vicini, colleghi, nonostante tra i due non si pongano mai argomenti e limiti sulla reciproca identità, lasciando che siano i sentimenti e l’attrazione fisica a guidare il gioco. Immediato e flagrante, Iván & Hadoum (presentato alla Berlinale 76 nella sezione Panorama) è un film che rinnova l’attenzione del cinema spagnolo contemporaneo per l’articolazione sentimentale e psicologica delle questioni sociali legate al lavoro e alle relazioni familiari. Lo fa trovando nei due interpreti un apporto fodamentale: Iván è Silver Chicón, drag artist multidisciplinare molto attivo nella comunità trans londinese dove si è autoproclamato “drag king of sexy & silly”; Hadoum è Herminia Loh, musicista e DJ marocchina di Tetuan, attiva sulla scena metal e pop andalusa.


