Stati di coscienza, in equilibrio tra esserci e non esserci, tra la consapevolezza e l’indeterminazione della realtà: dopo Ballast, Lance Hammer torna in concorso alla Berlinale 76 con la sua opera seconda, Queen at Sea, altro film che dialoga con il doppiofondo della realtà in cui si perdono e si ritrovano le ragioni della vita. Le questioni della colpevolezza e della determinazione anche questa volta sono centrali, qui però la triangolazione funziona sull’asse che unisce gli affetti e la possibilità di gestirli in autonomia: Amanda è una figlia, una donna matura e lucida (interpretata da Jiuliette Binoche con cristallina immediatezza) alle prese con una madre, Leslie, persa nella demenza senile. L’anziana donna (Anna Calder-Marshall) vive assieme al secondo marito Martin (Tom Courtenay) che la accudisce e che non rinuncia a fare l’amore con lei: è Leslie a chiedermelo, dice lui, ma la figlia non ammette questa possibilità, è convinta che per la madre, ormai assente a se stessa, si tratti di una sorta di violenza subita senza consapevolezza di ciò che sta accadendo. Amanda finisce così col denunciare alla polizia il patrigno, che addirittura viene portato in carcere, innescando una trafila fatta di indagini, servizi sociali, obblighi e scelte dolorose, compresa quella di affidare Leslie a una casa di cura.

Un percorso umano doloroso, in cui le dinamiche psicologiche, le relazioni affettive, i meccanismi sociali si intersecano in uno scenario che Lance Hammer descrive con una oggettività che si fa costantemente carico delle emozioni tanto quanto della logica non sempre così palese degli eventi. Gestendo la complessità della situazione, Queen at Sea si muove restando addosso al dramma umano della protagonista, combattuta tra il riconoscere la dignità della determinazione alla anziana madre e la necessità logica di proteggerla dal rischio di subire qualcosa che non vuole. Come nel suo lavoro precedente, Hammer costruisce la drammaturgia del suo film sulla necessità di capire cosa muove dall’interno le azioni e le reazioni dei personaggi, porgendo particolare attenzione a chi non necessariamente ha gli strumenti per gestire con consapevolezza la propria determinazione. Il parallelo con Sara, la figlia adolescente di Amanda, che si sta aprendo alla vita e sta scoprendo l’amore con il suo fidanzato, offre lo specchio in cui il film riflette le differenti stagioni della vita. Potrebbe essere una soluzione didascalica, ma Lance Hammer ha la sensibilità giusta per lavorare d’istinto, evitando i teoremi e affidandosi a una regia che sensibilizza ogni momento, cerca l’equilibrio dinamico tra le funzioni attivate dai personaggi con le loro azioni e la loro flagranza emotiva e psicologica. E allora Sara diventa la seconda vera protagonista del film assieme a Leslie, equilibrando una drammaturgia in cui è il valore della persona a essere enfatizzato, lasciando ad Amanda il compito di accettare la forza irrefrenabile della vita che si esprime nella obnubilata coscienza della madre tanto quanto nella fragrante incoscienza della figlia.



