Ritornanti e modelli: Scream 7, di Kevin Williamson

Scream 7 di Kevin Williamson come film deepfake dell’originale di Wes Craven? La sensazione è persistente durante la visione. Un pensiero dato non soltanto dalle (auto)citazioni esplicite – appena dopo il prologo, il giovane Ben si arrampica nella stanza della fidanzata Tatum mentre in sottofondo va la cover di Don’t Fear the Reaper di Gus Black, come accadeva con Billy Loomis nel 1996. E non lo si pensa nemmeno per i riferimenti espliciti nella storia ai programmi di simulazione dei volti e all’intelligenza artificiale, che potrebbero aver fatto rivivere il personaggio di Stu – peraltro avallando una teoria che circola da tempo nel fandom circa la possibilità che l’ex killer del primo Scream sia realmente sopravvissuto (e, si sa, in film simili la corrispondenza con il pubblico è parte integrante del meccanismo). Non c’entra neppure che si sia abbandonata – più per trambusti produttivi che per reale necessità – la traccia narrativa intrapresa dai capitoli 5 e 6, per tornare a Neve Campbell/Sidney, qui nel ruolo di madre/mentore della figlia (la già citata Tatum) di fronte al nuovo killer mascherato, che perseguita entrambe: una sfida che per la donna matura è occasione per “educare” la giovane a essere forte e a resistere, mentre lei affronta le paure e le frustrazioni del caso e vorrebbe meritarsi il posto di degna figlia di cotanta madre.

 

 
No, la sensazione è data soprattutto dal modo in cui Kevin Williamson (altro “ritornante”) gestisce l’insieme, ora che finalmente si è insidiato sulla poltrona di comando, a livello di tono e di ritmo. Nel cercare una sovrapponibilità molto precisa con l’originale, il nuovo film può quindi essere visto come un autentico what if del primo Scream, una sorta di “come l’avrebbe fatto Williamson” se il progetto poi non fosse passato a Wes Craven – gioverà ricordare a proposito che la sceneggiatura fu inizialmente rifiutata da altri nomi famosi dell’horror, in testa George Romero e John Carpenter, finché non fu Craven a vederci qualcosa e dunque a “farla sua”, con tutto ciò che questo inevitabilmente ha comportato (nel bene). Scream 7 si offre perciò in un modo che utilizza la natura autoriflessiva della saga per cercare una deriva propria, evidente anche nella distruzione della casa originale nel prologo, ormai ridotta a parco giochi per visitatori distratti. È perciò un film più serioso nei toni (si noti il disagio con i goffi personaggi comici, a iniziare dai due assistenti dell’onnipresente reporter Gale Weathers) e mette in scena un killer più stolido, dalla presenza inarrestabile e fantasmatica fra le case e le strade, capace di essere tanto sfuggente negli spazi quanto poi diretto e feroce negli attacchi.

 

 
Le scelte visive (alcune delle quali certamente molto interessanti) guardano nel frattempo direttamente in faccia al modello originale che Williamson non ha mai nascosto di voler ossequiare, ovvero Halloween di John Carpenter (che nel primo film era esplicitamente citato con tanto di visione in tv). Michael Myers è morto nella sua saga? Ghostface è dunque qui per reclamarne il trono e rimettere in scena la battaglia contro la sua final girl e le trappole in casa, proponendosi come ideale erede di quella tradizione. L’autosufficienza di un simile assunto lascia così passare in secondo piano le valutazioni più dirette sulla meccanica del plot, evidentemente più sfilacciato e improbabile nella rivelazione del killer (con tutta probabilità il più pretestuoso dell’intera saga). Sul pavimento resta invece – e questo non passa inosservato – la componente citazionista alla base di tutta la saga, qui relegata soprattutto al prologo di cui si diceva: niente più dialoghi intelligenti sui film, poche “regole” codificate dai capolavori del genere cui attenersi, un retaggio ormai del passato. A un certo punto sembra anzi che il confronto debba spostarsi in un cinema mentre invece ci si ritrova sul palco di un teatro o si citano i libri di Agatha Christie. Un’ulteriore ricerca di classicità perduta. O forse, dopo 30 anni, anche questo cinema è diventato il deepfake di qualcos’altro…