“Mi chiamo Evaristo, scusa se insisto”. Iniziava così il servizio dell’indimenticabile Beppe Viola su una partita dell’Inter nella stagione 1981/82, quella che portava al Mundial di Spagna. Evaristo era ovviamente Beccalossi, la mente della squadra di Bersellini che aveva come finalizzatore Altobelli, una sorta di coppia di fatto fin dai tempi della Primavera del Brescia campione d’Italia nel ‘75, mentre il destinatario era Enzo Bearzot, ct azzurro che lo ignorava sistematicamente. Quel celebre attacco di Pepinoeu, come lo chiamava affettuosamente Gianni Brera, rimase però inascoltato, nonostante l’evidente talento del Becca, cui erano bastati pochi mesi per conquistare il cuore della Milano nerazzurra, e una campagna stampa a suo favore che non fece altro che irrigidire il tetragono mister friulano, il quale, pochi mesi prima di diventare l’erede di Pozzo conquistando quel titolo mondiale che mancava da 44 anni, si lasciò addirittura sfuggire qualcosa di più sonoro di un buffetto nei confronti di una tifosa che gli rimproverava di non convocare Beccalossi. Detto che quello storico trionfo mondiale sopì ogni polemica, la scelta del Vecio – come lo battezzò Giovanni Arpino nel suo stupendo “Azzurro tenebra”, che racconta la disfatta azzurra ai Mondiali del ‘74, quando il tecnico friulano aveva soltanto 47 anni ed era il vice di Valcareggi – aveva le sue ragioni, la prima delle quali era la volontà di non creare dualismi con Antognoni, individuato come faro del centrocampo.

Evaristo sicuramente ci mise del suo: talento sconfinato e creatività senza pari non erano supportate da un’adeguata continuità, all’interno della singola partita così come della stagione e se ai tifosi (quorum ego) potevano bastare un paio di giocate geniali anche in un pomeriggio opaco, per affidargli le chiavi del centrocampo azzurro sarebbe servita una maggiore costanza. E pure l’Inter ci mise del suo, affiancandogli dapprima Herbert Prohaska (1980-1982) quindi Hansi Mueller (1982-1984), se non proprio dei doppioni, qualcosa di molto simile, dopo che Beccalossi era stato il regista dello scudetto del 1979-80, ultimo campionato senza stranieri. Resto peraltro dell’idea che ci sia qualcosa di sbagliato nel fatto che un calciatore del suo valore non abbia mai avuto l’opportunità e la soddisfazione di vestire la maglia azzurra. Perché Beccalossi è stato un giocatore immaginifico e non uso a caso il termine con il quale Franz Di Cioccio ama descrivere la musica scritta dalla Pfm. Un artista, nel suo campo – il campo – istintivamente fantasioso, talvolta visionario, che, come talvolta accade, non sempre veniva capito. Nel suo caso, dai compagni di gioco, compreso Altobelli, che pure è sempre stato consapevole di dovergli molto, anche se a quei tempi gli assist appartenevano alle statistiche del basket e nessuno si sognava di conteggiarli nel calcio. Immaginifiche erano le sue finte, con il corpo, ma anche soltanto con la testa, quella massa di riccioli neri il cui ondeggiare ha spesso disorientato gli arcigni (eufemismo) difensori dell’epoca. Immaginifico, prima ancora, da bambino, era stato il cocciuto esercitarsi contro un muro, lui destro naturale, con il piede sinistro per emulare il suo idolo, il mancino Omar Sivori.

Certo, ci ha messo del suo il Becca, altrimenti non avrebbe lasciato l’Inter a 28 anni e non si sarebbe ritrovato a Barletta a 32, in quella stessa estate dell’88 nella quale Spillo, più vecchio di sei mesi, si alzava dalla panchina azzurra per far gol agli Europei di Germania, allora soltanto Occidentale. Come raccontava senza problemi, non aveva sempre fatto “vita d’atleta”, presupposto imprescindibile di longevità agonistica, ma quando si toccava l’argomento non sembrava avere rimpianti, così come per non aver guadagnato come altri nerazzurri. Non l’ho mai sentito lamentarsi, nemmeno nelle cene post programmi televisivi con l’immancabile Spillo, che, (sopran)nomen omen, non disdegnava di punzecchiarlo. Erano i primi anni Duemila, e il Becca (a proposito: tra loro si chiamavano Becca e Spillo, nemmeno fossero i protagonisti di una canzone di Daniele Silvestri) era sempre il primo ad alzarsi da tavola: voi due domani dormite fino a tardi – ci ricordava – mentre io devo essere alle nove a Milano alla Sony. Nessun rimpianto nelle sue parole per una carriera che noi tutti cuori nerazzurri speravamo fosse stata più compiuta. Il suo mantra? Sono stato fortunato: mi sono divertito e mi sono stato amato dai tifosi interisti.

Una cosa però lo rodeva e anche in questo caso non aveva alcuna difficoltà ad ammetterlo: una certa freddezza nei suoi confronti da parte dell’ambiente bresciano, dai tifosi alla società. Si sarebbe aspettato maggiore considerazione, qualche opportunità o semplicemente che venisse riconosciuta la sua piena brescianità. Per contro, sono sicuro che uno dei giorni più lieti era stato quello del cinquantesimo compleanno, quando il Comune lo aveva festeggiato, consegnandogli a Palazzo Loggia una Vittoria Alata, simbolo della città. È stata una gioia vederlo giocare dal vivo (sempre e comunque: ero a San Siro anche in occasione di Inter-Slovan Bratislava del settembre 1982, la partita dei due rigori sbagliati, resa immortale da Paolo Rossi, inteso come comico, ma comunque vinta 2-0, con successivo passaggio del turno di Coppa delle Coppe, giusto per precisare) e un
piacere conoscerlo personalmente, trovarci fianco a fianco negli studi di Teletutto (sempre pacato e mai banale), frequentarci. Non era scontato: le delusioni non sono mancate, quando il lavoro mi ha messo in contatto con gli idoli della mia giovinezza.


