Il Mito di famiglia: Michael, di Antoine Fuqua

Photo: Glen Wilson © 2024 Lionsgate

Il primo pensiero è chiamarlo Jackson Rhapsody e non Michael: per la mano del produttore Graham King, lo stesso del controverso ma fortunato Bohemian Rhapsody sui Queen, che domina come presenza enfatica sin dagli strilli sui manifesti. Ma anche perché proprio “Jackson” è il marchio di fabbrica e il motore narrativo dei vari episodi che compongono la biografia cinematografica del “Re del Pop”, fortemente voluta e realizzata con l’aiuto dei fratelli ancora in vita e del figlio Prince. Quella di Michael diventa così e suo malgrado la lotta per emergere fin dal titolo, affrancandosi tanto dall’ombra del violento patriarca Joe, quanto dal gruppo musical-familiare dei Jackson 5/Jacksons. La storia, dopotutto è nota: dapprima ragazzo prodigio, Michael Jackson ha poi intrapreso la carriera solista, macinando incredibili successi e diventando anche un’icona, per il look inconfondibile, lo stile di ballo innovativo e la capacità di rompere le barriere del razzismo endemico nell’industria musicale americana – è stato il primo cantante “black” a essere trasmesso da Mtv, tanto per ricordarne una – in un percorso che il cinema non poteva che far suo. La parabola ha infatti il sapore di una rivalsa individuale in una situazione sempre dominata dal motivo del “gruppo”, sia esso l’ingombrante famiglia o il mercato globale, mentre aleggia lo spettro di un’infanzia mai vissuta fino in fondo e per questo forse cercata per tutta la vita.

 

Photo: Glen Wilson © 2024 Lionsgate

 
La storia si premura di sottolinearlo sempre, attraverso le “comfort zone” che Michael cerca di crearsi tra casa, interventi chirurgici per ridurre il “nasone” e le collaborazioni in cui cerca di avere l’ultima parola, consigliando la ripresa giusta anche a John Landis sul set del leggendario Thriller. In tutti questi frangenti, Michael accumula, quasi compulsivamente: animali, giocattoli, idee, ispirazioni dai film che divora con la madre, visite ai bambini negli ospedali (forse uno degli aspetti meno noti della sua vita) e ferite, da quelle inferte dal padre con la cinghia a quella gravissima sul set pubblicitario per la Pepsi, dove un incendio al cuoio capelluto lo costringerà a una lunga dipendenza dagli antidolorifici. In questo senso, la scelta di un regista come Antoine Fuqua è motivata soprattutto dall’esigenza di non perdere mai il giusto groove con cui intrecciare il personale e il pubblico, ma anche la Storia e la leggenda. Grazie a lui Michael non perde un colpo sul versante del ritmo e su quello narrativo è un’operazione perfetta: se lo si passa in rassegna c’è (quasi) tutto, come nella composizione di un mosaico dove ogni tessera è messa in fila. Ci sono le canzoni più celebri, i momenti leggendari come l’esibizione di Billie Jean al Motown 25 con la prima moonwalk, l’assolo di Eddie Van Halen in Beat It, il ballo con gli zombie nel già citato Thriller, insieme alle parentesi drammatiche, la sindrome di/l’interesse per Peter Pan, il legame di solidarietà con la madre, il padre che non sembra fermarsi davanti a nulla e più che Capitan Uncino evoca i gangster della blaxploitation. E se qualcuno lamenta l’assenza delle note più gravi degli anni Novanta, con le accuse di molestia sui minori, c’è già la spiegazione pronta: una clausola di riservatezza ha impedito di inserirle nel racconto, costringendo anzi la produzione a rifare il terzo atto in corsa dopo che era già stato girato del materiale a proposito, ma l’intenzione è di riparlarne nel possibile sequel.

 

Photo: Glen Wilson © 2024 Lionsgate Lionsgate

 
Nell’ansia generale da completezza, il mosaico non lascia troppo spazio a niente che non sia l’immagine di Michael himself, e ci lascia unicamente fantasticare su ulteriori (im)possibili film, magari sul rapporto più approfondito con un produttore geniale come Quincy Jones, o per comprendere meglio l’amicizia con Bill Bray, il responsabile della sicurezza di una vita, mentre Diana Ross osserva dal pavimento della sala di montaggio e la sorella Janet non ha voluto essere coinvolta. Sono tutti lampi di storie altre che compongono un volenteroso film-universo come la star che racconta e che proprio per questo fa immancabilmente discutere su quanto sia superficiale e incapace di afferrare davvero l’aura di un uomo che ha voluto essere il più grande. Barocco ma didascalico, Michael ha però di certo un grande pregio, la performance vitale e straordinaria di Jaafar Jackson, nella vita reale nipote della star, ma che sullo schermo riesce nell’impresa difficile di non scadere nella facile imitazione pur riproducendo movenze, stile e il caratteristico falsetto dello zio. È lui a irradiare quella luce che il racconto evoca in più parti, da angelo calato sulla Terra, ma con una naturalezza che rivediamo anche nelle interviste promozionali dove, esordiente garbato, sereno e molto lucido, conquista il pubblico con il sorriso. Dopotutto, anche lui dimostra che è tutta una questione di famiglia…