Il medium è l’artista, è lui a fare da commutatore delle emozioni, dei sentimenti e dello sguardo altrui: l’idea che si agita tra le righe di La Vénus électrique, il film di Pierre Salvadori con cui Cannes ha aperto la sua 79. edizione, è interessante. Siamo nella Parigi del 1928, Antoine Balestro (Pio Marmaï) è un pittore, ha l’arte nelle mani ma il cuore è a pezzi da quando la sua musa, Irène, è morta, lasciandolo solo con un talento che non ha più voglia di usare. L‘impasse è in realtà uno spazio neutro della creatività, perché Irène era l’amore ma anche colei che per prima, quando si era offerta come modella, aveva capito il suo dono e lo aveva spinto a migliorarlo, a scegliere i colori giusti, a sviluppare i tratti autentici nei suoi primi dipinti manierati. Che la vera artista nella coppia fosse lei è una cosa che forse intuisce anche Armand, il gallerista che ha lanciato Antoine sulla scena parigina e che ora è disperato per il blocco creativo dell’amico.

Dove si collochi il baricentro di tutto questo è in fin dei conti la questione sulla quale La Vénus électrique lavora, partendo dall’artificio invece che dall’arte, dall’inganno di un mondo début de siècle in bilico tra la verità e la menzogna, tra positivismo incombente e magia farlocca: è su questo versante che si muove Suzanne, la Venere Elettrificata della fiera che ogni giorno va in scena con i suoi baci elettrici elargiti per pochi centesimi e che una sera viene scambiata da Antoine per la veggente che parla con le anime dei defunti. Un po’ di artificio rubato alla medium e Suzanne è ben capace di offrire all’innamorato disperato le parole dello spirito di Irène di cui ha bisogno, e per 10 franchi accetta pure di andarlo a trovare nel suo studio. Armand (Gilles Lellouche, solido come sempre) capisce l’inganno, ma capisce anche che Suzanne è la nuova chiave della creatività di Antoine e la spinge a continuare. Lei dal canto suo ha trovato i diari segreti di Suzanne e nutre di dettagli sempre più convincenti le sedute spiritiche, finendo per immergersi così tanto nella narrazione da cavalcare il transfert sentimentale e ritrovarsi innamorata di un uomo che vede però in lei solo il fantasma del suo amore perduto.

Insomma, un amore è un amore è un amore… Storia di sentimenti che passano da uno all’altro, come l’elettricità dei baci di Irène che passa da un corpo all’altro, non c’è impedenza che tenga… La Vénus électrique è una storia di sovrapposizioni e trasposizioni amorose, un film medium nato tra l’altro dalla storia non detta della pellicola che Pierre Salvadori, nel ruolo di un regista, si immaginava stesse girando in Planetarium di Rebecca Zlotowski. In questo meccanismo di transiti narrativi, il gioco delle rivelazioni medianiche diventa ben presto un gioco di segreti assunti come tracce narrative per costruire nuove biografie, nuove storie d’amore. Suzanne (interpretata da una Anaïs Demoustier senza artifici) è il commutatore di emozioni e sentimenti sul quale l’intera narrazione si basa: scopre e sviluppa l’arte di Antoine, offre in leggerezza il suo amore, che va da Antoine ad Armand per poi tornare ad Antoine attraverso Irène. Pierre Salvadori lascia lievitare gli elementi del racconto con uno stile caldo, generoso, credendo nei suoi personaggi, dotandoli di una umanità che trascende la pura meccanica del racconto sentimentale d’epoca. La Vénus électrique sa essere trasparente e ipertrofico allo stesso tempo, cavalca un crescendo di situazioni che però non porta mai all’eccesso, ma nutre sempre con garbo e misura la sorpresa, il gioco tra verità e finzione, tra segreti e rivelazioni. Vimela Pons fa di Irène una figura amara e sognante che cerca la propria libertà nella fuga immaginaria.


