Un padre, un figlio, una storia di debolezza, dove però il più fragile è il padre, che guarda l’amore del figlio con la vaga e malinconica poesia delle sue origini caucasiche vissute in terra d’America… Siamo in New Jersey, nel cuore della piccola comunità dei Circassi che vive ai margini di Newark: è qui che Kantemir Balagov ha spostato il set di Butterfly Jam, il suo nuovo film che originariamente doveva essere ambientato in Russia, come i suoi magnifici lavori precedenti, se non fosse che la guerra lo ha costretto a trovare rifugio lontano da casa, per salvarsi dal fronte e per trovare altrove le sue storie… Rispetto a Tesnota e La ragazza d’autunno, questo è un film più dolce, quasi blando nell’impatto con la concretezza quasi fisica dei sentimenti che comunque anche qui cerca. Anche visivamente, Butterfly Jam ha un impasto fotografico più poroso, lavora su colori caldi ma dolci, come il rosa del fenicottero che è la presenza astratta del film. Scorci d’interno che sembrano dipinti ottocenteschi russi, porzioni di romanticismo traslati in un presente tanto fuori tempo che fatichi a non vederlo con occhi da anni ’70…

Un padre e un figlio a Newark, dunque: Azik è un cuoco, lavora nel ristorante della sorella, Zalya, che è incinta di un uomo lontano e che ha cresciuto il fratello in America come fosse una madre. Azik cucina da dio e fa una marmellata che lui dice di farfalle, con la quale strega amici e clienti: per capire cos’è quest’uomo bambino basta dire che a interpretarlo è Barry Keoghan, pura energia fisica messa sulla scena con irrefrenabile dolcezza di spirito, animo disadattato e irrequieto come fosse un Harvey Keitel perennemente adolescente. Azik ha un figlio che tutti chiamano Pythe, sedicenne dolce come il padre ma più solido di lui, meno sognante di sicuro, campione di lotta libera alle prese con un giovane amore per una ragazzina nera che milita nel corpo femminile del suo stesso team. Non si spoilera troppo se diciamo che è a Pythe che Balagov affida il peso del dolore del film, dal momento che nella prima scena lo vediamo andare a prendere la prefica che dovrà piangere il padre morto. Il resto del film è in gran parte un flashback in immersione nella storia di questi personaggi, corpo familiare antico che resiste nella modernità obsoleta del New Jersey: non tanto questione di mean streets e nemmeno dinamiche di potere familiare tentacolare come in James Gray, cui pure si potrebbe pensare – ma viene in mente piuttosto la vaghezza onirica del New Jersey raccontato da Lav Diaz in Batang West Side…

L’intensità delle relazioni che fanno sempre sponda su quella lontana appartenenza perduta nello spirito da emigranti, è la traccia di un nucleo familiare tenuto insieme dai sentimenti che oscurano le problematiche esistenziali, le debolezze e le amarezze di ognuno, pronte a esplodere disegnando drammi inattesi. Azik è fragile, non ha carattere, il figlio glielo rinfaccia con amore e la sorella glielo fa capire quando rigetta il suo desiderio di scegliere il nome della bimba che porta in grembo. Il fenicottero rosa spiaggiato come per miracolo a Newark è la spennelata di poesia su quel mondo oscurato e Azik lo porta a casa, come regalo per Zayla. Ma non crediate che Balagov ne faccia un simbolo dominante nel film: è solo una delle tracce su cui costruisce la tessitura drammatica di un’opera che sommuove lo spirito piuttosto che agitarlo. Questo regista è troppo solido per cedere al facile lirismo, e Butterfly Jam è una sorta di racconto lucido della terra perduta, delle vite smarrite altrove.

È la storia d’amore tra un padre e un figlio che non si aggrappano alla mascolinità e preferiscono la dolcezza, anche se il mondo circostante non è d’accordo. L’orgoglio è quello che anima incongruamente Marat, fraterno amico di Azik e presenza flebile nella scena di questa famiglia, segnato da un destino che cambierà le prospettive di tutti (a interpretarlo è Harry Melling, altro attore americano dalla presenza scenica difforme, sempre magnificamente spiazzata: pensate a Pillion…). Butterfly Jam è un po’ tutto così, mosso da azioni inattese, scritto su una funzionalità puramente sentimentale dei personaggi, estraneo alla scena americana che occupa, ma anche straordinariamente capace di abitarla da prospettive di disperata appartenenza. Kantemir Balagov sta in America con la forza lucida e determinata della antica storia cui appartiene. E ci mette anche Monica Bellucci ad aprire di stupore il finale…


