Che in Disclosure Day tutto verta sull’atto di mostrare al mondo, sull’urgenza di svelare ciò che è nascosto, non deve stupire: l’opposizione tra il potere di custodire un segreto e la forza dirompente della rivelazione è una delle chiavi di accesso al cinema di Steven Spielberg. L’archetipo dell’Arca Perduta è una matrice indelebile della lotta tra Bene e Male, che nella spiritualità spielberghiana si gioca da sempre le sue carte tra il bisogno di vedere e la paura di sapere: posizionamento marcatamente infantile, non c’è dubbio, ma lo sappiamo da sempre che Spielberg è un regista che non rinuncia all’infanzia – e per fortuna! Il suo mondo è costruito sulle fondamenta di una verità che è tanto solida quanto rimossa e Disclosure Day perviene al compimento del suo eterno sogno del close encounter, della comunione con l’alieno, della definizione di un universo empatico in cui ci si tiene insieme in ragione di un sentire comune, partendo però da una prospettiva che è quanto mai oppositiva, disarmonica. L’Elliot di E.T. è ancora in fuga con i suoi amici, ma ora si chiama Daniel Kellner (Josh O’Connor) e porta con sé, nel suo zaino, l’Arca Perduta del nostro tempo: l’intero database di incontri ravvicinati negati agli occhi del mondo, ritenuti troppo fragili per reggere l’impatto della visione. Ma noi che abbiamo visto The Fabelmans e conosciamo lo sguardo wide open del piccolo Sammy dinnanzi alla Visione iniziatica, sospeso tra paura e desiderio, sappiamo bene che per Spielberg è proprio quell’impatto la ragione del filmare…

E allora Daniel Kellner è come l’antitesi del vecchio, caro avventuriero Indiana Jones: come lui (e come il Professor Lacombe di Incontri ravvicinati, che però ragionava per note musicali) ha il dono della parola, capisce l’arcano linguaggio e ha accesso ai segreti. Ma, a differenza di lui, Daniel quell’Arca la vuole scoperchiare, perché sa bene che il mondo (che intanto sullo sfondo si dimena sul baratro di una apocalisse bellica ed è in preda al panico) per continuare ha ormai bisogno di una nuova Verità, necessita della Visione iniziatica che gli permetta di immaginare, come accaduto al piccolo Sammy, una realtà in cui la vita prenda forma e funzioni a perfezione, come in un film fatto per bene…Chi non ammette che la Verità venga disclosed è Noah Scanlon (Colin Firth), che a capo della Wardex custodisce l’innominabile segreto e anche qualcosa in più: tre barre aliene che, come tavole della legge, agiscono sulla realtà. Anzi nella realtà, perché la strutturano e la mutano: permettono per esempio a chi, come Noah, è stato dotato dei poteri, di dislocarsi in luoghi lontani da quelli che occupa fisicamente, di possedere la volontà di altre persone e di guardare attraverso i loro occhi. Quello che fa con Jane (Eve Hewson), la ex novizia in fuga con Daniel, per trovare lui e il suo zaino, ma anche per bloccare l’intera operazione messa in moto da Hugo (Colman Domingo), già suo vice alla Wardex, ora ribelle e intento a preparare il giorno della rivelazione. Hugo, col suo gruppo, guida e protegge la fuga di Daniel, conducendolo verso il suo destino, che è comune a quello dell’altro polo della narrazione, Margareth Fairchild (Emily Blunt), star locale del meteo tv, che d’improvviso si scopre aliena a se stessa: conosce lingue, guarda dentro le persone, rivela le loro storie, i loro sentimenti.

Una mattina sale in auto e corre a tutta velocità verso il lavoro in un mondo che per lei ormai è diverso e che è destinata a trasformare in qualcosa di nuovo. È lei la chiave della rivelazione e non c’è Noah che possa fermarla una volta che Hugo la affianca a Daniel. Spielberg sta lì, al centro di questo racconto magmatico, dotato di una qualità estemporanea che ai cultori dello script perfetto non può che apparire come un difetto (ma ricordatevi che a scrivere è David Koepp!)… Disloca gli elementi sulla scena di una realtà alla quale vuole dare forma: Disclosure Day è il suo film più libero, creativo e proprio per questo “politico”, nella misura in cui urge del bisogno di costruire la realtà, di informarla, ovvero darle forma, istruirla e dunque renderla edotta, capace di comprensione… Lo svelamento dell’ignoto, la rivelazione, è la rivoluzione che questo film offre al suo cinema e a noi: Disclosure Day è la ribellione di Spielberg a ciò che è ritenuto sacro, separato dalla realtà immanente dell’uomo. In questo film risolve il dilemma dell’occultamento e della rivelazione che nutre da sempre il suo cinema e che, dopo The Fabelmans, abbiamo compreso essere legato al concetto fondativo stesso dell’immagine, del filmare che rivela il segreto (quello della madre…).

Bisogna guardare Disclosure Day come se fosse girato dal piccolo Sammy nello scantinato della sua casa: sembra quasi di vedere Spielberg che dispone sul tavolo tutti gli elementi del suo cinema (ci sono davvero tutti!) e li fa agire, li muove, li governa tenendo fede a quell’infanzia del filmare che gli appartiene da sempre, a quella libertà che rivela agli occhi del bambino la possibilità di dare forma al mondo per sentirlo, comprenderlo, ordinarlo, amarlo… E del resto è esattamente la visione che Spielberg mette in scena nello snodo finale della fuga di Daniel e Margareth, il vanishing point di tutta questa corsa piena, cordiale, assoluta (viene in mente Sugarland Express …) nella quale ci spinge: Hugo, che è ovviamente il Lacombe ex machina di questo incontro ravvicinato, raduna tutti davanti a un set che è una casa ovviamente non dissimile da quella che vide uscire il piccolo Barry tanti anni fa, incantato da una scena primaria immaginifica tanto quanto lo sarà Sammy Fabelmans qualche film più in là nella lunga, magnifica filmografia di questo regista.

Disclosure Day è girato con la stessa ebrezza di Margareth che una mattina sale in auto e corre verso il lavoro parlando lingue che non conosce. Che poi è la medesima ebrezza di Mitzi Fabelmans, in quella magnifica scena in cui correva via coi figli, libera di una libertà che la possedeva al di là della sua stessa consapevolezza. Disclosure Day è un film che supera il valore stesso della comprensione perché – e lo dice chiaramente Hugo – ciò che conta non è capire se stessi, ma sentire gli altri, il mondo: si chiama empatia ed è la vera qualità dello Spettatore… Proiettarsi nello schermo, sentire se stessi nelle immagini e al contempo sentire le immagini in se stessi: guardare il mondo con gli occhi spalancati con cui il piccolo Sammy guardava per la prima volta lo schermo, rimanendo senza parole, chiuso nel silenzio della sua infanzia. “Ascoltate…”


