Su Sky l’epopea granata di Toro ’76. Lassù qualcuno ti ama di Federico Ferri e Paolo Aghemo

Se penso a quella stagione dell’anno dello scudetto del Toro la prima immagine che mi viene alla mente è quella di me e mio padre seduti in soggiorno, la radiolina azzurra su una sedia di fronte a noi, accesa su Tutto il calcio minuto per minuto, l’annuncio di Ameri (o sarà stato Ciotti?) che porta anche in casa nostra la notizia del gol all’ultimo minuto contro la Lazio. Ha segnato Santin (un terzino destro!), anche se il pallone è stato deviato da Re Cecconi e passa alla storia come un autogol. Incredibile! È uno a uno, la Juve non riesce a vincere contro la Roma a Torino, a tre partite della fine (di cui due in casa, dettaglio non da poco, in casa finora il Toro le ha vinte tutte), siamo primi con due punti di vantaggio. Non è fatta, ma una giornata così ti convince che forse si può fare. Si capisce perché ho apprezzato molto il fatto che la docuserie di Sky Toro ’76. Lassù qualcuno ti ama si apra con una radiolina appoggiata su un tavolo, anche se è granata e non azzurra e l’ambientazione è quella di un’officina (un po’ scontata ma insomma, non ci si può sempre lamentare).

 

 
Lo scudetto del Toro, vinto il 16 maggio 1976 con un pareggio (ancora 1-1) con il Cesena, mentre la Juve perde a Perugia con un gol di Renato Curi, è stato il grande evento della mia infanzia, alla pari con la prima partita che ho visto allo stadio, Torino Catanzaro 3-1, nel campionato dopo, ‘76/’77, quello in cui il Toro ha giocato meglio eppure non ha vinto. Nel ’76 avevo dieci anni, vivevo in provincia, mio padre non se la sentiva di portarmi a Torino, in uno stadio sempre pieno, in una città con i nervi a fior di pelle. Mi ha fatto attendere ancora qualche mese. Questo è per dire che la docuserie racconta un mondo in cui le partite potevi sostanzialmente vederle solo allo stadio (in tv la domenica sera andava il tempo di una partita di serie A, scelta dalla Rai per motivi misteriosi) oppure ascoltarle alla radio. È possibile, anzi probabile – almeno, così sembra di intuire seguendo i tre episodi – che per raccontare quella stagione del Toro a molte immagini si sia dovuto rinunciare, forse perché non esistono più. Si è compensato allora con i racconti dei giocatori, quelli dal 7 all’11 (Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici), più qualcun altro: l’emotivo Castellini, il razionale Salvadori, il ruspante Patrizio Sala, la rivelazione Cazzaniga, secondo portiere di grande sagacia.

 

 

Della docuserie mi sono piaciuti diversi aspetti.

  • Non si parla quasi mai (una sola volta, mi pare) di grinta o tremendismo, o Cuore Toro, le solite balle di chi non sa cos’è il calcio, o il Toro. Quella squadra era forte, fortissima, la grinta – ammesso che esista – non era tra le sue caratteristiche principali. Radice era un allenatore che si era studiato bene l’Olanda di quegli anni, era un po’ paranoico e geniale, un gran lavoratore. Che nel ‘76/’77, l’anno dopo, lo scudetto l’abbia vinto – non dico come – la Juve del Trap è stato un problema per noi del Toro ma anche per il calcio italiano, che ha dovuto attendere Arrigo Sacchi per entrare finalmente nella modernità.
  • Si accenna allo scandalo delle poche presenze di Paolo Pulici (e in generale dei giocatori del Toro, Pecci ne ha solo sei) nella nazionale di Bearzot. Pulici lascia intendere che la formazione la facesse Bettega, e forse è vero, se si pensa che in Spagna, nell’82, Bettega non c’era. E sappiamo come è andata a finire.
  • Si capisce quanto abbia contato la presenza di Eraldo Pecci (e del suo sense of humor): acquistato quell’anno dal Bologna, eccezionale sdrammatizzatore nonché eccellente centrocampista.

 

 

  • Si racconta con il giusto rilievo la leggendaria Bagna Cauda, la ragazza di corso Bramante che ogni benedetta domenica in cui il Toro giocava in casa salutava dal balcone di casa il pullman della squadra che viaggiava verso il Comunale. Nel soprannome Bagna Cauda, che a quanto pare le avevano dato Castellini e Pecci, c’era anche una sottile presa in giro del piemontese stereotipo che ho sempre apprezzato. In quella squadra, di piemontesi non ce n’era neppure uno, e questo a me – che sono piemontese da molte generazioni – sembrava un segno: il Toro te lo devi meritare.
  • Le interviste ai Vip del Toro, o agli intellettuali tifosi, sono da sempre un genere che dà poche soddisfazioni. Però Aldo Grasso questa volta la dice giusta, quando spiega che a Torino (e in generale in Piemonte) tra juventini e granata la differenza è sentimentale, non sociale. Non è ricchi vs. poveri, né borghesi contro proletari. Anche perché quelli del Toro amano un po’ crogiolarsi nella sfiga (“Solo noi abbiamo perso una finale prendendo tre pali…”), ma guardano da sempre gli juventini (i gobbi) dall’alto in basso. Non abbiamo alcun complesso di inferiorità, semmai di superiorità (questa me l’ha detta una volta Gian Paolo Ormezzano).
  • Mi piace il titolo Lassù qualcuno ti ama, che cita la prima pagina di Tuttosport del giorno dello scudetto. È un’idea, appunto, di Gian Paolo Ormezzano, che di quel Tuttosport era direttore. GPO, un maestro di giornalismo e un altro matto geniale (e granata) a cui era impossibile non voler bene. Una volta gli chiesi qual era il momento della sua vita professionale in cui si era divertito di più, e lui mi rispose che il ciclismo, e non il calcio, era il suo sport preferito, e che quindi avrebbe dovuto parlarmi di un Tour, o di un Giro. Ma il titolo di cui andava più fiero era quello, Lassù qualcuno ti ama, a cui, mi ha detto, pensava da tempo, sicuro che prima o poi gli sarebbe stato utile. E lassù naturalmente era Superga, o il Paradiso, che poi in fondo sono la stessa cosa.