Un film sull’adolescenza è sempre un po’ l’adolescenza di un film: nutre quel tanto di acerbo che serve a non essere definitivi, coltiva un senso intransitivo che gli permette di preservare il segreto delle cose… Sì, insomma, pensa più a soddisfare se stesso, che non alle ragioni del mondo adulto. Ketticè, l’opera seconda di Giovanni Tortorici, molto atteso nel concorso di Locarno79 dopo il notevolissimo esordio con Diciannove, è un po’ così: sta a se stesso con la compiacenza di una narrazione del mondo autoconclusiva. Del resto è un film dichiaratamente personale, che attinge a esperienze e soprattutto vissuti che Tortorici spinge sullo schermo, in questa sorta di diario al contrario della propria formazione: se Diciannove stava nello scollamento degli anni da studente fuorisede, a Ketticè affida l’evocazione della sua adolescenza palermitana. Vedremo se la prospettiva di una trilogia è nell’aria e il prossimo capitolo sarà quello della sua infanzia…

Ad ogni modo, ora Ketticè: l’idea è quella di raccontare la Palermo dell’era Berlusconi, dice Tortorici. Ma bisogna ammettere che, a parte i bagliori televisivi del poco edificante confronto televisivo con Travaglio sul set di Michele Santoro, l’età berlusconiana è un aspetto che resta molto sullo sfondo. Del resto è anche giusto così, dal momento che tutto ruota attorno al tempo perduto di un sedicenne di buona famiglia di nome Giulio. Che poi la sperequazione sociale sia una delle evidenze del film è un dato di fatto, e in essa si coagula l’immagine di un paese che vede allargarsi la forbice tra i mediamente ricchi e i mediamente poveri, l’impossibilità di tenere insieme le realtà, la distanza tra i quartieri… Siamo a Palermo nel 2012, la mafia non è nemmeno nominata tra i banchi della scuola privata che Giulio frequenta, dove un professore molto umanista e molto poco umano insulta quei figli di papà che tra i banchi di scuola stentano a concludere qualcosa. Il ragazzo vive in una antica casa familiare, tra dipinti di avi e decorazioni sulle volte a crociera, grandi stanze abitate da un padre stolidamente autoritario e concretamente volgare e permissivo, e una madre (interpretata da Monica Bellucci) che gli vomita addosso le proprie frustrazioni di inutile donna benestante. A calcio non si impegna, a scuola ancor di meno, con gli amici lentamente si defila: tra un like sui social e un incontro casuale ma non troppo, Giulio si avvicina a Ketty, che viene dai quartieri bassi, ha il padre in prigione (lui sì, per questioni di mafia), sente neomelodici napoletani, fa a botte di brutto con le rivali e fuma erba pesante, che compra dagli spacciatori di quartiere.

Il fatto è che Ketty odora di vita vera, ed è questo che sembra interessare Giulio e, di conseguenza, Tortorici: la possibilità di immettere la realtà reale nello scenario imbalsamato di una adolescenza prigioniera di un benessere che dissimula il malessere profondo. È evidente che il progetto del regista è quello di contaminare l’astrazione sociale del suo protagonista con il virus di una realtà che corrompe l’inutilità della finta perfezione. La vita che Giulio conosce assieme a Ketty lo porta lontano dai sipari altoborghesi che si aprono nelle stanze familiari, tanto quanto dalle attese ed ambizioni da ordinaria vita adolescenziale dei compagni di scuola: sfangare la promozione, vincere a calcio, uscire con la più bella della scuola, passare il sabato sera a ballare. Assieme a Ketty, Giulio piuttosto si sballa di fumo da periferia tagliato male, entrando in un circolo che rischia di diventare pericoloso per la sua salute e per la sua vita, dal momento che inizia anche a spacciare…

Giovanni Tortorici cerca la verità, questo è chiaro, dissemina eventi di una banalità da vita di strada che delineano un teen drama a grado zero (vedremo come sarà recepito dagli adolescenti di sala), evidentemente lontano dalle carinerie da fiction televisiva tanto quanto dallo stigma del pedinamento documentario. La parabola che racconta è semplice e precisa, anche troppo: tanto da sembrare un po’ didascalica, soprattutto laddove incorre (involontariamente) in narrazioni sui pericoli delle droghe leggere che rasentano la più becera pubblicità progresso governativa. L’intento è limpido, ma va detto che, soprattutto rispetto alla capacità di declinare trasversalmente la flagranza dei vissuti mostrata in Diciannove (dove però c’era Manfredi Marini, presenza indubbiamente fuoriclasse), Ketticè soffre molto di una messa in scena affidata a giovanissimi attori che dicono troppo le battute, sui quali Tortorici ha lavorato poco. Il film purtroppo si appiattisce in una raffigurazione dell’adolescenza in bassorilievo, in cui le sporadiche accensioni visive impresse dalla regia restano momenti isolati anche un po’ incongrui. Forse se si fosse preso un po’ di tempo in più, questa opera seconda (che, va sempre ricordati, è sempre più difficile dell’opera prima…) avrebbe avuto un altro spessore.


