La traccia fluviale nel cinema porta spesso a attraversamenti, transiti frontalieri o viaggi oltre i confini, non è questo il caso però di A Margem do Rio, il film di Enock Carvalho e Matheus Farias visto in Concorso a Locarno79. Sarà che due autori brasiliani sono entrambi di Recife, Pernambuco, città sulla costa atlantica attraversata da due fiumi, sulle cui rive paludose si intrecciano mangrovie e nelle cui vene si muove una varia umanità. Sarà per tutto questo che l’idea del fiume nel loro film si intreccia piuttosto con lo scandaglio di uno spazio ombroso, complesso, intrinseco a un processo di elaborazione della realtà che parte dalla dimensione umana. Muovendo dalla scena queer, i due registi collocano questo loro lungometraggio d’esordio nello spazio di transito tra il dramma d’ambientazione realistica, basato sulla carica rappresentativa di personaggi colti ai margini della società, e il mélange di genere, tra il thriller con venature politiche e il fantastico, ricetta evidentemente appresa alla scuola di Kleber Mendonça Filho (Farias in particolare ha montato Bacurau e L’agente segreto).

A Margem do Rio, sulla riva del fiume, tra la boscaglia e i corpi maschili in cerca di sesso, si muove di notte il protagonista del film, Izaquiel (Caique Copque): giovane uomo gay che vive nella casa di Eurico e delle sue due coinquiline trans, ménage quasi familiare che tiene insieme dolcezze e asperità e tiene alla larga la durezza del mondo di fuori. Izaquiel lavora come addetto alle pulizie per un’agenzia, che alla fine lo manda nella chiesa battista di un non troppo limpido pastore, immischiato con la peggiore politica (la destra più reazionaria e violenta, ovviamente). In questo antro oscuro si agitano pericoli ben diversi da quelli che muovono le ombre tra le mangrovie della palude fluviale, dove Izaquiel ha conosciuto Jeremias (Ìtalo Martins), pescatore dall’aria misteriosa col quale trova il giusto sentimento, quello che corrisponde alla sua inquietudine rispetto alla vita, ma anche alla sua ricerca di relazione. I due spazi sono tanto distanti quanto uniti dalla violenza che i fascisti dall’arma facile della congregazione riversano sull’umanità che bazzica la palude di notte: un primo omicidio e altri misteri, portano inesorabilmente ai sotterranei della casa battesimale, Izaquiel scopre il pastore e i suoi amici dilettarsi con le armi.

L’impianto complessivo spinge il film di Carvalho e Farias sulla linea retta della tensione, in cui con immediatezza e semplicità tematica si sviluppano le questioni forti di A Margem do Rio, relative a una società brasiliana che nutre uno spirito reazionario cupo e mortifero, in costante equilibrio con una vitalità sociale e umana che sta nei rivoli della quotidianità, tra le forme più marginali delle città. Recife viene utilizzata dai due registi come uno spazio quasi assente, in realtà, lasciando che il film si concentri sugli ambiti ben definiti di appartenenza e di relazione dei protagonisti: da una parte la congregazione battista, col suo grumo retrivo ammantato di falsa fede; dall’altra la serenità latamente familiare garantita dallo spazio domestico di Eurico; dall’altra ancora la riva del fiume, nel cui mondo misterioso e libero circola amore, passione, umanità e anche pericolo. Tutti elementi che il film gioca con immediatezza, senza cercare in realtà un secondo livello né simbolico né espressivo, che spingano in profondità lo spazio rappresentativo. Potrebbe essere un limite, se non fosse che poi i due autori trattano il loro protagonista come una creatura che porta la verità e la salvezza in un mondo abbastanza perso, facendone una presenza che sa imporsi con dolcezza di sentimenti e determinazione nella vendetta. Anche quella sociale.


