Ambizione senza veli: su Mubi l’exploitation femminile di Stephanie Rothman

Stephanie Rothman

È Stephanie Rothman la protagonista dell’agosto di Mubi, che dedica una retrospettiva online di tre film a questa regista americana che ha declinato al femminile il cinema exploitation. Intitolata Ambizione senza veli: il cinema d’exploitation di Stephanie Rothman, la rassegna si mette sull’onda degli omaggi dedicati alla regista negli anni passati dal Cinema Ritrovato di Bologna e dalla Viennale e propone in versioni restaurate tre film anni Settanta sensuali, giocosi, seducenti. L’occasione per riscoprire una regista rimasta per molti anni ai margini della storia del cinema, oggi considerata una figura importante nella scena del cinema indipendente americano, tra le prime registe a praticare i generi horror ed exploitation e tra le poche ad avere il controllo creativo sui suoi film. “La sua filmografia unica è il risultato di due onde che si sovrappongono: la seconda ondata femminista e la seconda ondata del genere exploitation”, scrive Melissa Anderson nel saggio che introduce la rassegna di Mubi: “Mentre le femministe denunciavano le discriminazioni contro le donne sul posto di lavoro, nella sfera domestica e nel campo dei diritti riproduttivi, i film d’exploitation girati tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 cavalcavano il terremoto giovanile e i profondi cambiamenti della morale sessuale. Rothman, ex pupilla del maestro dei B movie Roger Corman e convinta utopista, era una delle poche donne che all’epoca bazzicavano in questo genere cinematografico”.

 

Terminal Island

 
La rassegna online di Mubi parte da Terminal Island – L’isola dei dannati, del 1973, film carcerario d’ambientazione isolana, dove in un imprecisato futuro la protagonista, Carmen, sconta la sua pena su un’isola al largo della costa californiana: un carcere dove i condannati per omicidio vengono abbandonati dalla società e finisce in un campo in cui le detenute sono costrette a soddisfare i desideri sessuali degli uomini. Come scrive Melissa Anderson, si tratta di “un film che, con grande audacia, si immagina non solo l’abolizione del sistema carcerario, ma anche un nuovo stile di vita basato sull’armonia”.

 

Matrimonio di gruppo

 
Matrimonio di gruppo (Group Marriage, 1974), parte invece dal tema della coppia aperta e racconta la storia di Chris, giovane donna che vive con il suo ragazzo, Sander e per ravvivare la loro vita sessuale apre la loro relazione ad altre persone: “Una commedia sexy – come ebbe a dire la regista – sui temperamenti delle persone coinvolte, i loro obiettivi, le insidie sociali di una scelta di questo tipo in una società in cui non è un comportamento legale né particolarmente ammirevole”. Del 1974 è anche The Working Girls, in cui la protagonista, Honey, arriva in città in cerca di lavoro e in cerca di lavoro finisce col mettersi in situazioni rischiose assieme a Denise che dipinge cartelloni publicitari e Jill, una studentessa che lavora in un night ed è fidanzata con un sicario: “Un film sulla ricerca d’identità che tutti intraprendiamo quando siamo giovani. È un film serio su tre ragazze sottoccupate che nessuno prende (abbastanza) sul serio”, lo definisce la regista stessa.

 

Ambizione senza veli: il cinema d’exploitation di Stephanie Rothman

Working Girls