Fra storia e mito: Monsieur Aznavour di Mehdi Idir e Grand Corps Malade

Era lecito attendersi molto da un film su Charles Aznavour codiretto (con Mehdi Idir ) da Grand Corps Malade, slameur, poeta, cantautore e regista molto apprezzato in Francia. Con la sua vena poetica urbana, impegnata socialmente e intrisa di umanità, aveva tutto per restituire un ritratto di Aznavour originale e controcorrente. Invece i registi hanno scelto di non rischiare e hanno confezionato un biopic formalmente ineccepibile ma un po’ esangue e attraversato da una rimozione inspiegabile. Charles Aznavour, nato Shahnour Vaghinak Aznavourian il 22 maggio 1924 a Parigi da genitori armeni fuggiti dal genocidio del 1915, ha sempre mantenuto un legame profondo e viscerale con l’Armenia, la terra dei suoi antenati. Si definiva orgogliosamente “100% francese e 100% armeno”, con la giusta aspirazione di incarnare un ponte tra le due culture. Nel 1975 ha scritto e interpretato Ils sont tombés (dedicata alle vittime del genocidio armeno), una canzone che ha destato molto clamore e ha contribuito a tenere viva la memoria di quel massacro. Ha fondato la Fondazione Aznavour con il figlio Nicolas per progetti educativi e culturali in Armenia. A Erevan c’è una piazza con una statua a suo nome e una casa-museo. Ha visitato spesso l’Armenia, sostenuto la diaspora e promosso il riconoscimento internazionale del genocidio armeno. È considerato un eroe nazionale e uno dei più grandi ambasciatori della causa armena nel mondo. Di tutto ciò nel film non c’è traccia, le radici armene sono presenti ma non appaiono centrali nella sua poetica e sinceramente non se ne capisce il motivo.

 

 
Anni Trenta, Parigi, nel quartiere popolare del Marais, Charles è un bambino di origine armena, figlio di immigrati: il padre Micha gestisce un piccolo ristorante armeno, la madre Knar è sarta. Fin da piccolo Charles dimostra una passione enorme per il teatro e la musica, ma il suo fisico minuto e la sua voce particolare non incontrano il gusto dell’epoca. La sua scalata è lenta e difficile: recita in piccoli locali e subisce molti rifiuti. Compone canzoni spesso ignorate, trova ruoli marginali in film irrilevanti e poi negli anni Quaranta incontra Édith Piaf (Marie-Julie Baup), che diventa la sua mentore, lo porta in tournée e lo aiuta a entrare nel mondo dello spettacolo dalla porta principale. Arriva il successo e con canzoni come La Bohème, Emmenez-moi, Hier encore  e tante altre conquista la vetta. Tahar Rahim, pur essendo molto lontano fisicamente dal vero Aznavour, si prende sulle spalle il film e propone una grande interpretazione. Lavora fra a tensione, pudore e maschera sociale lasciando sullo sfondo un dolore represso che è benzina per costruire il destino della star.

 

 
La lettura dell’uomo e dell’icona Aznavour, sostenuta da molte canzoni, tra cui diversi capolavori,  ha il merito di suscitare ammirazione senza scivolare nell’agiografia. Certo non mancano le scorciatoie, accettabili data la ricchezza della vita dell’artista (morto a 94 anni).  Monsieur Aznavour vuol suggerire che dove finisce la storia comincia il mito. Per questo i movimenti di macchina  enfatizzano la sua presenza scenica e l’intensità delle sue interpretazioni. La messa in scena è assai ambiziosa, con carrellate fluide e  (troppi) movimenti circolari. Lo scopo dei registi è portare “il pubblico sul palco con Charles” e creare una star ammantata di lirismo e desiderio, il tutto con una sfrenata sbrigliatezza narrativa, senza porsi troppi problemi di spazio e tenuta, scelta che alla fine appare convincente.