LOC1_21404Esce il 19 aprile (Dvd e Blu Ray Mustang Entertainment) Porcile di Pier Paolo Pasolini. Il film viene proposto nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, in collaborazione con Movietime e Medusa presso il laboratorio l’Immagine Ritrovata. Nei contenuti extra: “Cinegiornale: la prima del film Porcile” (Cinegiornale d’epoca del 1969) e un’intervista a Roberto Chiesi, responsabile Centro Studi Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna. Il film, diviso in due episodi, è interpretato da Pierre Clémenti , Franco Citti, Ninetto Davoli, Luigi Barbini, Jean-Pierre Léaud, Anne Wiazemsky, Alberto Lionello, Margarita Lozano, Ugo Tognazzi, Marco Ferreri, Sergio Elia.

Qui sotto trovate ricordi, dichiarazioni, impressioni sul film tratte da i Cahiers du cinéma, Vie Nuove, Jeune Cinéma, Inquadrature, L’avventurosa storia del cinema italiano (Feltrinelli) a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi.

Sergio Citti: Pasolini e Godard

Porcile è una cosa molto particolare per Pier Paolo, è stato un caso, una cosa proposta da Barcelloni, fuori dalle cose del cinema suo. Il soggetto però era suo, due cose diverse messe insieme, le idee ce venivano a Pier Paolo. C’era il fatto di ‘sto cannibale, è chiaro che lui anticipava un po’ il discorso che avrebbe voluto portare avanti, questo dei padri e dei figli, il fatto del cannibalismo e il fatto del figlio che si fa mangiare dai maiali. Ma secondo me Pier Paolo ha fatto Porcile perché era rimasto influenzato da Godard, lo dico così è un’idea mia, una cosa che pensai io. Pur ammirando molto Godard, ha però sentito che Godard non era un poeta, e allora ha fatto Porcile per questo, sentendo il bisogno di fare un cinema tutto di poesia però a partire da Godard.

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Ugo Tognazzi, io e l’intellettuale Pasolini

Io mi sentivo proprio un analfabeta di fronte a Pasolini e alla sua cultura, per cui eseguivo, anche quando non capivo a fondo che cosa mi aveva messo in bocca. Chiedevo, e lui spiegava le allusioni, il significato, e così si andava avanti. Ma non credo che Porcile sia un grande film. Certo non è uno dei migliori che Pasolini ha fatto. Però io mi sono divertito a interpretarlo (tra gli attori a recitare con me c’era anche il mio amico Ferreri), per quell’interesse che ho sempre per le esperienze e gli incontri nuovi. E sono contento, molto contento, di non avere perso l’occasione di potere lavorare anche con un intellettuale, anzi un uomo come Pasolini.

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Pasolini e la purezza della barbarie

Le due storie di Porcile sono unite dalla “morale” del racconto, vale a dire obbedire o morire. Esse hanno in comune un legame pratico, logico; ma anche un legame poetico, o se volete l’idea formale che ha ispirato il film: e cioè l’alternare di un episodio muto e metastorico con un episodio parlato e storico.  Una è la storia di un giovane (Pierre Clémenti) che vaga in un deserto e che sta morendo di fame; si nutre di insetti, di rettili ed è terrorizzato da dei soldati che vede passare all’orizzonte. Un giorno uno dei soldati che passano rimane indietro e allora lui lo assale, lo uccide e comincia a divorarlo. A lui si uniscono degli altri; questa tribù di cannibali, di drogati di carne umana, vengono presi, giudicati da persone perbene che sono presentate sotto forma odiosa mentre loro sono belli, e vengono condannati a essere divorati da altri animali. Assieme a queste persone perbene c’è anche Ninetto, che è testimone di questo supplizio. La  seconda storia è invece ambientata nella Germania di Bonn, dove c’è un ragazzo misterioso, ambiguo, un po’ come il protagonista dell’altro episodio, che è Jean-Pierre Léaud. È figlio di un grande industriale tedesco, una specie di Krupp che ha un concorrente molto più vitale ed energiuco di lui: mentre lui appartiene al vecchio capitalismo, il suo concorrente è invece un neocapitalista. E allora lui, attraverso delle indagini, cerca di ricattare questo neocapitalista, e attraverso un suo segugio vienGAL_5e a sapere che costui è un criminale di guerra che conserva dei corpi mummificati di ebrei. Ma anche il concorrente lo ricatta, perché anche lui viene a sapere che cosa?…che il figlio del rivale fa all’amore con un maiale, e allora i due si fondono. Ricattandosi insieme, anziché distruggersi, fanno la fusione, come la Montedison. Alla festa della fusione vengono dei contadini tra cui c’è anche Ninetto, il quale racconta come questo figlio, questo ragazzo è stato divorato dai maiali. La parola barbarie – lo ammetto – è la parola che amo di più al mondo. Perché molto semplicemente, nella logica della mia etica, la barbarie è lo stato che precede la civiltà, la nostra civiltà: quella del buon senso, della previdenza, del senso dell’avvenire. E mi rendo conto che ciò può sembrare irrazionale e anche decadente. La barbarie primintiva ha qualcosa di puro, di buono: la ferocia vi compare solo in rari casi eccezionali. Notate che la criminalità del personaggio interpretato da Clémenti in Porcile non è quella del selvaggio immerso nello stato di natura. Clémeti in fondo è un intellettuale, un ribelle. Il vero “barbaro” è il luogotenente di Clémenti, Franco Citti: un innocente che la fame spinge a mangiare carne umana e che, dinanzi al tribunale d’occupazione, scopre la grazia delle lacrime. I barbari piangono. È l’uomo moderno moderno che pretende sia indegno piangere. Il cannibalismo ha la stessa funzione del sesso in Teorema . Il cannibalismo è un sistema semiologico. Bisogna restituirgli qui tutta la sua valenza allegorica: un simbolo della rivolta portata alle sue estreme conseguenze.

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