Spesso citato come un lavoro seminale nella riscrittura dei generi operata nell’ambito della New Wave hongkonghese degli anni Ottanta, Zu Warrior from the Magic Mountain di Tsui Hark era da tempo un film invisibile. In Italia, ad esempio, resta tuttora inedito e a nulla è valso l’endorsement di John Carpenter, che lo ha citato come modello del suo Grosso guaio a Chinatown perché un qualsiasi distributore lo recuperasse. Per fortuna ci ha pensato la britannica Eureka Entertainment che, nell’ambito di un percorso che un po’ tutto il mercato dell’home video inglese sta compiendo sulla cinematografia di Hong Kong degli ultimi decenni, oggi lo propone nella prima edizione Blu-Ray ufficiale al mondo. Il ritorno alla vita di Zu reca in dote la consapevolezza di avere a che fare con un pioniere che nel 1983 ha segnato una cesura rispetto alla cifra più “verosimile” del Wuxiapian allora in voga (un genere basato spesso su eventi della storia cinese), favorendo un’apertura verso il fantasy puro che andava in parallelo a quella che nello stesso periodo stava interessando il cinema occidentale dopo l’exploit del primo Guerre stellari – la pellicola di Lucas, si ricorderà, pur essendo ascrivibile alla fantascienza, diede un forte impulso anche al fantasy e al fiabesco. La sfida di un cineasta sensibile, aperto alla sperimentazione, ma da sempre attento al recupero delle tradizioni sedimentate nel passato come Tsui Hark, dà così vita a un curioso ibrido di avanguardia e classicismo sfrenati.

 

 

Da un lato, infatti, Tsui immette nella tradizione hongkonghese effetti speciali di tipo hollywoodiano (reclutando alcuni dei tecnici che avevano lavorato proprio al citato Guerre stellari), mentre dall’altra rivitalizza un filone della narrativa e del cinema cinese ormai dimenticato perché soppiantato proprio dall’impostazione “storico/tradizionalista” degli Shaw (o, dal lato taiwanese, di quella più astratta e “elementale” di King Hu). Come lo stesso regista ammette nell’intervista inedita presente nel disco Eureka, il fantasy cinese ha un passato letterario che conobbe un’impennata particolare negli anni della dominazione giapponese, per veicolare i valori identitari autoctoni aggirando le maglie della censura imposta dagli occupanti. In barba all’apparente propensione all’assurdo, insomma, il fantasy è per Tsui genere politico per eccellenza, e la sua posa in opera assume il valore consapevole di una riflessione teorica sui segni della rappresentazione visiva e sulla sostanza del raccontare il tempo sociale e storico della sua creazione. Ecco dunque che lo spostamento dell’asse dalla tradizione Shaw al fantasy si fa atto concreto con cui l’autore riflette una distanza che sia però anche ricomprensione dei modelli e loro rielaborazione. Mentre scava un solco, cioè, Tsui mantiene una prospettiva che non dimentica la lezione dei maestri: la presenza di Yeun Biao e Sammo Hung, ad esempio, guarda direttamente alle strategie dell’action-comedy che negli stessi anni sta formando il nuovo star system. Al contempo, però, l’opera di svecchiamento delle strategie narrative e estetiche riesce a sublimare il filone marziale stesso: il coté spettacolare, infatti, esalta la purezza degli scontri a mani nude e con le armi, e la rottura di ogni verosimiglianza diventa liberazione totale della coreografia – da sempre fondamentale in questo tipo di cinema, come racconta ancora Tsui nell’intervista quando rievoca l’ingenuità degli esordi, in cui pensava di poter fare a meno dei maestri d’arme per la messinscena dell’azione.

 

 

Anche la genuinità che scorre nelle (im)possibili scaramucce caratteriali fra i personaggi e il latente gioco di seduzioni tra personaggi maschili e femminili, insieme alla localizzazione ben definita al tempo della Dinastia Tang, testimoniano come non si perda di vista un sistema di riferimenti e dinamiche profondamente radicate nella tradizione dello spettacolo hongkonghese. Lo stesso accade infine con i modelli americani: la filiazione lucasiana produce un curioso ibrido “degradato” (gli effetti, per quanto molto tipici dell’epoca, rimandano più alle imitazioni in tono minore di Star Wars che all’originale) che si unisce alla spregiudicatezza dell’azione coordinata da uno specialista come Ching Siu-Tung e al ritmo forsennato del montaggio, che ancora oggi ha pochi eguali (in Occidente forse solo il Michael Bay di 6 Underground è in grado di tenere il passo). Il risultato colpisce per la sua densità mentre genera una strana vertigine, come se si avesse a che fare con un film datato, ma proiettato in modo spericolato verso un futuro ancora mai raggiunto. Uno strano oggetto, ambizioso ma ingenuo, profondamente tecnologico, ma allo stesso tempo fortemente artigianale, che non a caso appare anche come una versione al massimo dei giri dei fantasy di Mario Bava (il pensiero in alcuni frangenti corre al magnifico Ercole al centro della Terra). Un simile coacervo di contraddizioni non è pero casuale, perché rientra proprio nel pensiero autoriale di voler descrivere spazi nuovi mentre si gettano ponti verso il passato: non a caso, sfrondato da tutto il suo coté spettacolare, dai combattimenti aerei con spade e palme radianti, dalle tinte psichedeliche dei passaggi fra mondi demoniaci e reali, Zu Warriors from the Magic Mountain è una canonica storia in cui buoni e cattivi sono ben definiti e indicati con precisione e gli eroi devono imparare a colmare le distanze per fare fronte comune, all’interno di un mondo diviso in una dozzina di regni. Qui ritroviamo la cifra più politica di un discorso sull’identità cinese (in un momento in cui Hong Kong e la madrepatria sono ancora divise) che resterà una costante del cinema di Tsui Hark (si ripensi, per citarne una, alla saga di Once Upon a Time in China, pure presente nel catalogo Eureka).

 

 

Così, se il discorso sulle coordinate visive e i toni del fantasy avrà poi una prosecuzione nella trilogia di Storia di fantasmi cinesi e nel più tardo revival di Legend of Zu, l’originale del 1983 mantiene una sua peculiare funzionalità che lo rende ancora oggi un’esperienza unica, ludica ma anche lucida. Proprio per riuscire a cogliere tutte le sfumature di un’opera dichiaratamente presentata come di difficile comprensione sebbene molto amata (“in maniera particolare dagli spettatori occidentali, che invece dovrebbero ragionevolmente essere quelli con più difficoltà a capirla” come da note del saggio di James Oliver nel booklet), il Blu-Ray Eureka presenta un interessante corredo di approfondimenti, con interviste d’epoca agli attori, un commento audio su scene selezionate dell’immancabile esperto Tony Rayns, uno special televisivo inglese su Tsui Hark del 1989 e una versione alternativa del film con un lungo prologo “razionale” in cui Yuen Biao è uno studente dei giorni nostri che si ritrova poi catapultato nell’epoca dell’avventura. Un altro esempio di quanto la curiosa natura del film lo porti a colmare le distanze.

 

 

 

 

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