La cifra tonda la toccherà fra pochi anni, ma intanto il 37mo Torino Film Festival (dal 22 al 30 novembre) un quarantennale lo centra con una certa precisione, quello del cambio di passo all’interno del genere horror, dopo lo “scossone” portato da La notte dei morti viventi nel 1968. Da quel momento in poi, non solo il modo di far paura è cambiato ma, in un certo qual modo, quanto era venuto prima è stato un po’ troppo oscurato da zombie, assassini in maschera bianca e mutazioni corporee: ben venga quindi la retrospettiva Si può fare! che, fin dal manifesto di quest’anno, riconsegna al pubblico quanto fatto nei primi decenni di vita del genere, benedetti (anzi, maledetti!) dal premio Gran Torino assegnato a Barbara Steele, regina delle tenebre che, in una perfetta chiusura del cerchio, torna in quell’Italia che la incoronò con Mario Bava negli anni Sessanta. La dislocazione fra spazio e tempo diventa così una traccia forte di un programma che si presenta ancora una volta ricchissimo e con la voglia di spaziare tra le cinematografie, confermando la vocazione cosmopolita di una manifestazione sì fortemente radicata nel capoluogo piemontese, ma da sempre aperta alla contaminazione con la scena internazionale. Prova ne sia l’apertura affidata a Jojo Rabbit, ultima geniale creazione di Taika Waititi, il nuovo neozelandese amato da Hollywood, qui nei panni di un parodistico Adolf Hitler. Ottimo biglietto da visita per giungere al concorso internazionale lungometraggi, con 15 pellicole che coinvolgono 18 paesi, dall’Argentina al Qatar e da Taiwan alla Spagna. Scorrendo i titoli si avverte una tensione di futuro, una voglia di un cinemagiovani (come si chiamava un tempo il festival) che sia capace di aprire nuove prospettive e, allo stesso tempo, raccontare i timori e gli isolamenti figli del nostro diffidente presente. Bastino solo i titoli: Le choc du futur dalla Francia, Algunas Bestias dal Cile, Fin de siglo dall’Argentina o Now is Everyting dall’Italia per capire come la traccia sia forte e ben radicata nel mondo e nelle sue turbolenze.

 

Jojo Rabbit di Taika Waititi

 

Ancor più libero e al solito difficile da razionalizzare nella sua debordante generosità è lo spazio di Festa Mobile, in cui perdersi (e ritrovarsi) ritagliando percorsi e tendenze diventa la massima gioia e dolore del festival. Un primo tentativo descrive alcuni nuclei tematici: Coppie in fuga, Come eravamo, Icone (la pittrice Frida Kahlo e il fuorilegge Ned Kelly), Storie italiane, Magie della scienza e, per confermare lo sguardo attento anche al recupero, classici restaurati, una giornata dedicata a Mario Soldati e una personale su Teona Strugar Mitevska, regista, sceneggiatrice e produttrice di I am from Titov Veles (già premiato, fra gli altri, al Festival del Cinema Europeo di Lecce), che all’ultima Berlinale ha confermato il suo talento con God Exists, Her Name is Petrunija. Un’artista, insomma, fra le più interessanti del panorama autoriale contemporaneo, anche e soprattutto grazie a una formazione che spazia dall’infanzia a Skopje, fino agli studi a New York. Lo slittamento fra aree e geografie coinvolge anche After Hours, la sezione “notturna” e di genere del festival, forte dell’ormai consolidato appuntamento del sabato con la Notte Horror: in un intreccio di commedia nera, documentari e fiction vera e propria, anche quest’anno il programma affastella tendenze e culture, spaziando dalla Corea del Sud di Metamorphosis, ai nativi americani contro gli zombie di Blood Quantum, alla Turchia di The Antenna fino all’Italia di Un confine incerto, sempre in cerca di sguardi eccentrici e trasversali.

 

Le Choc du futur di Marc Collin

 

Proprio quella trasversalità che accompagna anche la scelta del consueto guest director, affidata stavolta al volto familiare di Carlo Verdone, che in cinque film da mostrare al pubblico cerca di sintetizzare una cinefilia decisamente onnicomprensiva e perfettamente coerente con la mission torinese, per come si allunga fra i classici del lontano passato (si va da Viale del tramonto a Ordet), ai mostri sacri della commedia italiana (Divorzio all’italiana di Germi), fino alle più recenti tendenze dell’agrodolce (Oltre il giardino e Buon compleanno mr. Grape). Una “mappa” di nomi e epoche che descrive bene il viaggio del festival. La sintesi finale la affidiamo alle due sezioni di ricerca: TFFdoc, curata da Davide Oberto, che si offre come “una carta geografica, una mappa come quelle che usavano i pirati per ritrovare l’isola dove avevano nascosto il tesoro. Ma TFFdoc è anche quell’isola dove il tesoro è stato accuratamente occultato. È un’isola dal difficile approdo; bellissima, sgargiante e infuocata, ma scura e misteriosa e irta”. E Onde, curata da Massimo Causo, con la collaborazione di Roberto Manassero e Grazia Paganelli, che pure nel suo afflato di continua ricerca prosegue quella tensione alla spazialità senza confini, ma addentro alle singole culture, sin qui più volte sottolineata. Si passa così dalle scoperte dal Brasile (“la realtà più flagrante del cinema mondiale”) ai nomi più riconoscibili del portoghese Pedro Costa o dell’attrice e regista argentina Romina Paula, ai talenti italiani di Mauro Santini, Carlo Michele Schirinzi e Canecapovolto, definiti “più estremi”, “fuori norma”, ma che in realtà ci appaiono perfettamente giusti e necessari nel contesto di questa manifestazione resistente e che nei suoi viaggi cinefili continua a unire la ricerca del cinefilo più esigente al divertimento dell’esperienza in sala per ogni tipo di pubblico.

 

Oltre il giardino di Hal Ashby

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