Diretto da Elisabetta Sgarbi (con le musiche di Franco Battiato) Per soli uomini è un viaggio metafisico e non sul Po di Maistra, nell’estremo Delta del Po, in località Ca’Pisani. Una valle, un mondo a parte, un ecosistema che si regge miracolosamente sul movimento interno dell’acqua e sull’attenzione severa dei pescatori. Condivisibile la scelta di proporre una narrazione intima e antropologica, dove le pause e i silenzi prevalgono sulla parola. Sgarbi gestisce con acume e tempismo la trama del racconto e sovente gli umori della natura sembrano proporsi come specchio dei pensieri che attraversano la mente dei protagonisti. Pensieri poveri e puri fatti di niente che la macchina da presa sorregge splendidamente e avvolge in un sottile contrappunto che va dalla elegia alla crudeltà (del vivere).  Un luogo e una situazione in perfetta sintonia con un universo raccolto e immutabile, fatto di percezioni minime, di colloqui scarni. Un mondo chiuso, anche, e geloso delle sue chiusure; vero ma fermo, imobile in una sicurezza che gli viene dal conforto di consuetudini ataviche.  Il film è distribuito dal Luce, a Roma, Bologna, Ferrara, Firenze, Ancona, a Torino al cinema Fratelli Marx e a Milano al Mexico in esclusiva.

 

469192Come nasce il progetto di Due volte Delta?

In realtà è una trilogia, ma costituita di tre film indipendenti, scaturiti da una iniziale commissione di Rai Cinema, Il primo, Per soli uomini, nasce da una urgenza, un impeto, una folgorazione. Visitai la Valle di Ca’ Pisani, entrai in contatto con quei valligiani e non ho potuto cessare di tornarci, di filmare la loro vita avventurosa, misteriosa, separata dal mondo eppure in osmosi con la natura.

 

Trovo molto potente il rapporto, un po’ magico e un po’ misterioso che si instaura fra questi uomini e la natura, l’acqua. Ci sono dei refenti iconografici o è il risultato del “lavoro sul campo”, del rapporto che hai instaurato con i protagonisti?

Come mi è capitato di dire altrove, mi ha affascinato, e ho voluto riprendere, e mostrare l’appartenenza di questi uomini alla valle. Loro sono e si sentono parte di essa, non possono farne a meno, nonostante i sacrifici che questa vita richiede. È una vita liberamente devota ai pesci e all’acqua, molto vicina – mutatis mutandis – alla mistica. Come Battiato ha colto componendo le musiche originali. In questo senso è qualcosa nato lì, dentro le riprese, eppure presente nella mia memoria personale – i racconti di mio padre – e culturale – i racconti e la narrativa di Cibotto.

 

L’equilibrio nell’inquadratura fra corpi e spazio è notevole. Come nasce? La fotografia gioca un ruolo?

Il film è, formalizzando molto, un film sul tempo e lo spazio. Il tempo del film tenta di rappresentare il tempo della vita , che è una vita che accade in spazi decisivi, costanti, ‘usati’ dall’abitudine. Anche le inquadrature alternano lo spazio ampio e il taglio strettissimo sui volti, segnati dal tempo.

 

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Il fiume va, gli uomini anche. Il movimento, la dinamicità sono il vero cuore del film, dato che il tempo non esiste?

Lo sottolineo ancora. L’appartenenza a quel luogo dei valligiani è rappresentabile solo dando l’idea del tempo della loro vita che si snoda in una quotidianità di gesti, ossessivamente calma e insieme sorprendente.

 

Come si è lavorato alla sceneggiatura? Questa Idealizzazione del passato dal sapore pasoliniano come è venuta fuori?

Abbiamo vissuto in valle, ripreso molto. Nel montaggio ho dato un tempo di due giorni, dall’alba al tramonto. Non parlerei di idealizzazione del passato. Il mio sguardo è pura presenza. L’idealizzazione del passato traspare dalle parole dei valligiani che però, a mio parere, è solo una parte del loro mondo e non la più importante, che invece è dedita a un azione continua è una contemplazione nel presente.

 

16587_orig (1)C’è un odore di morte, fra acqua malata e orate squartate, che suggerisce una fine quasi imminente. Non lasci via di fuga…

La Natura, per questi uomini, non è un idillio. È qualcosa cui si appartiene, ma non è lontano dal ‘giardino malato’ di leopardiana memoria. La vita è la morte si intrecciano costantemente. La legge del più forte, la sopraffazione, il mangiarsi vivono di pari passo con la contemplazione della bellezza della natura.

 

In Il pesce siluro è innocente c’è un uso della voce narrante molto consapevole che media con ciò che è invisibile. Che rapporto ci vedi con Per soli uomini?per soli uomini 23413

I due film hanno in realtà un’ispirazione comune, anche se  Per soli uomini è quasi muto e Il pesce siluro è innocente ha invece una voce narrante che legge te testi narrativi. In entrambi volevo che emergesse la religiosità di queste vite, di questi  mestieri e di questo ambiente, in cui lavoro e natura sono perfettamente intrecciati, dove rispetto e sfruttamento sono una stessa cosa, attesa e azione lo stesso.

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