L’istante prolungato, il momento tenuto come una nota che taglia la struttura armonica di una composizione: anche in Echo, il suo terzo lungometraggio (in Concorso a Locarno 72), l’islandese Runar Runarsson si trattiene sull’istante che dura il tempo di rendersi conto dello stato delle cose. Questa volta la narrazione è quella di un racconto di Natale diffuso, una corale intonata nella mesta festività islandese, la ritualità e le tradizioni in cui l’intero istituto sociale si riconosce. Runnarson lascia che l’umanità che rappresenta riecheggi in una sorta di composizione a più voci, una serie di quadri di vita in cui ogni personaggio si produce in una sorta di assolo sospeso tra la solitudine del gruppo e l’affollamento dell’individualismo. Le contraddizioni del mondo contemporaneo si offrono come traccia di una narrazione sociale tenuta nelle parentesi del benessere illanguidito nella falsa felicità da una parte, e del malessere incrostato sulla buona coscienza di facciata dall’altra. Il punto di partenza però non è giudicante: come nei suoi precedenti film, Volcano e Sparrows, Runarsson segue un istinto tenero, di compassione per la piccola umanità dinnanzi alla quale pone la macchina da presa, collocandola sulla perpendicolare netta dei suoi personaggi. Runarsson si muove senza mai cercare inclinazioni particolari, ma limitandosi a tenere un raggio piuttosto ampio.

È un po’ come la scena più bella di Echo, quella dalla drammaturgia più neutra, in cui Runarsson si sofferma a osservare una madre che spia amorevolmente, attraverso la porta della sua stanzetta, la figlia ormai adolescente che esegue con le amiche una piccola coreografia da boy band. È come se Runarsson ascoltasse le silenziose potenzialità di un mondo destinato comunque a stridere nella quotidiana meschinità della vita: e allora ecco gli anziani che vegetano nelle case di riposo, le figlie che li vanno a trovare solo per fare gli auguri, il giovane che lavora nel magazzino del supermercato, la donna delle pulizie alla quale il marito separato nega di passare le feste coi figli, il funerale del bimbo morto in un incidente, il vecchio tornato in paese per demolire la casa di famiglia e farne un b&b… Cinema intiepidito, non freddo non caldo: ha un suo valore, un suo sguardo, soprattutto una sua tenerezza. Ma si immerge troppo in un umore uniforme, che rischia una certa conformità rispetto alla scena che vuole rappresentare, senza mai osare stigmatizzarla davvero. Si salva solo perché nutre la sua dolcezza, la sua partecipe presenza d’animo.

 

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