Con opere (spesso prime) sorprendenti il nuovo cinema israeliano sta scrivendo pagine memorabili della sua storia filmica. Testi, spesso firmati da cineaste, immersi nello spazio del desiderio, che riducono al minimo, lasciano fuori campo (o neppure in esso) le questioni politiche, la rappresentazione del conflitto israelo-palestinese. Lavori dove il vivere e il morire, il disagio espanso fino all’ossessione dell’esserci, si manifestano in un altro tipo di guerra, che coinvolge, ugualmente devastandoli, corpi (auto)messi alla prova in un infinito gioco di resistenza, nel contatto e nel rifiuto fisico, nella vicinanza e nella distanza con il sesso, nella necessità autistica di un appiglio sospeso, meravigliosamente irrisolto fra la caduta e il sostegno, l’abbandono e la ri-emersione. Si pensi, per ricordare solo due titoli apparsi in questi anni, al film d’esordio della regista Hadar Morag Lama Azavtani (Why Hast Thou Forsaken Me), selezionato dalla Mostra di Venezia del 2015, e a Anashim shehem lo ani (People That Are Not Me), opera prima della ventinovenne Hadas Ben Aroya, in concorso alla 53ª Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro dopo essere stato presentato lo scorso anno al festival di Locarno.

 

Più che una storia, Ben Aroya in Anashim shehem lo ani racconta – o, meglio, mette in scena – delle situazioni, quelle vissute – in un periodo ben definito della sua vita ma, per il suo modo di affrontarlo, fin da subito calato in una dimensione a-temporale – da Joy (interpretata dalla regista), giovane donna che abita a Tel Aviv. Joy vive in un appartamento in un quartiere della capitale. Joy è stata lasciata dal fidanzato Yonatan (la cui abitazione si trova nella stessa strada). Joy percorre come un automa, ascoltando musica con le cuffie, quella strada e il viale adiacente, di giorno, di notte. Joy incontra giovani uomini – Nir, camminando; Oren, possibile co-inquilino – e un’amica di Nir, in discoteca. Joy cerca disperatamente di riconquistare Yonatan. In questi quadri espansi esiste Anashim shehem lo ani, un film-performance sia riguardo ai corpi sia allo stile adottato da Ben Aroya, che privilegia i piani sequenza per rendere ancor più tangibile il dibattersi dei personaggi, la loro erranza in ambienti ristretti (non solo gli interni, anche una strada o un viale sono, oltre che fisicamente, mentalmente circoscritti da chi li frequenta), il loro aderire a uno stato apolide dei sentimenti, delle relazioni, di una incomunicabilità detta proprio con l’espressione dei corpi. Del corpo di Joy/Hadas. Dalla prima all’ultima scena. All’inizio, ragazza ancora anonima invia una videolettera alla persona amata, assente; piange – il naso, gli occhi, i capelli toccati dalle lacrime, dalle secrezioni – davanti al computer, nuda, nell’inquadratura ristretta, sinceramente hard (segno che la regista non abbandona mai, nella sua concretezza e nella sua metafora), e poi in quella a tutto schermo, mentre ri-vede la registrazione, abitata dalla stessa angoscia profondamente esteriorizzata. Alla fine, ragazza della quale conosciamo alcune cose appena accennate (viene da Ashdod, si interessa di videoarte e di musica, lavora part-time in un’agenzia pubblicitaria) e altre esplicite (l’ossessione-fame per toccare e farsi toccare, ancor più del sesso vero e proprio, mai portato a compimento; le relazioni interrotte, sempre da parte degli uomini), ostinata nella ri-seduzione di Yonatan, raggiunto nel suo appartamento, prima addormentato e poi sveglio, che diventa un corpo a corpo su un letto trasformato in ring senza sponde, dove ha luogo una lotta inestricabile per il desiderio, da parte di lei, e per la fuga da esso, da parte di lui. Coerente con quanto accaduto fino a quel momento, Hadas Ben Aroya non chiude la narrazione, non potrebbe, lascia che quegli (ex)amanti continuino a combattere, nel fuori campo, dopo lo stacco a nero. Cosa accadrà?

È con tale sguardo che la regista ha costruito la sua opera prima. Uno sguardo carnale, che fa sentire l’odore, la fatica, il piacere dei corpi, del godimento raggiunto (da Joy al termine del cunnilingus praticatole da Nir), dello sperma ricevuto (da Joy sulla faccia, dopo avere impedito a Nir di andarsene, averlo imprigionato nel blow-job – visualizzazione di un discorso su quell’atto che lei e Nir avevano fatto in precedenza). Uno sguardo che si lib(e)ra in piani sequenza mozzafiato, come nelle scene in discoteca, muovendosi con leggerezza tra bar e corridoi, baci e tenerezze o abbordaggi sospesi (l’amica di Nir che seduce Joy). Joy è il film. Hadas Ben Aroya conduce questa doppia/unica danza dietro e davanti la macchina da presa. È un corpo/personaggio di ostinazione zulawskiana. Con quel suo modo di camminare per strada, di di-segnare sul suo corpo la passione e il sesso, di esprimere sul volto la (p)ossessiva follia di una femme publique (israeliana e universale). In un film femminile e femminista (fino alla canzone che Joy accenna a Nir suonando la chitarra, canzone che parla di indipendenza, scelte, giovane età di una donna non sottomessa agli uomini), come tali sono dei corti precedenti di Ben Aroya, che si possono leggere anche come prove per il suo primo lungometraggio: in Clown un gruppo di bambine fa fare una brutta fine a un pagliaccio; in Sex Doll un’adolescente innamorata e respinta dal suo insegnante è alle prese con i primi, deludenti, incontri con i coetanei immaturi; in First Time, un unico piano sequenza frontale su un letto, una donna si rifugia sotto le lenzuola dopo aver fatto sesso con un uomo misogino e banale). Schegge (visibili sulla pagina Vimeo di Hadas Ben Aroya) che precedono Anashim shehem lo ani. Un gioiello.

 

First Time from Hadas Ben Aroya on Vimeo.

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