Da una parte un tragico fatto di cronaca che ha scosso Napoli solamente qualche anno fa, l’omicidio del sedicenne Davide Bifolco per mano di un agente delle forze dell’ordine. Dall’altra l’idea di non documentare tanto la realtà, quanto la relazione tra la proiezione del proprio riflesso e l’ambiente in cui esso è calato. Agostino Ferrente prova a intrecciare queste due componenti nel suo ultimo lavoro che, come denota il titolo, è girato interamente con telefoni cellulari in modalità selfie. Il regista si fa da parte per lasciare totale spazio ai suoi personaggi, sia dietro che davanti la macchina da presa, in quello che dopo pochi minuti si rivela essere un saggio teorico sulle nuove frontiere della ripresa dal vero e il confine sempre più labile tra ricostruzione fittizia e cattura del reale. Il film non è finalizzato a mostrare una Napoli senza filtri, al contrario, esplicita in maniera del tutto evidente la componente del device utilizzato per le riprese. Quello che più interessa all’autore è portare sullo schermo una Napoli autentica. Le inquadrature sono infatti frutto del lavoro autonomo di due ragazzi incaricati da Ferrente di raccontare la propria quotidianità rispettando un’unica regola: riprendere sempre i loro volti circondati da ciò che più preme loro catturare. Un bagno al mare, una partita a biliardo in compagnia, una cena, una festa di compleanno o semplicemente una chiacchierata tra amici, sono questi i momenti più onesti e sinceri del progetto, che si veste da indagine sociale e cronachistica per dimostrarsi però un più audace e riuscito esperimento immersivo in cui non si cerca di camuffare la realtà, ma la si piega (in)volontariamente al proprio sguardo.

L’occhio di Alessandro e Pietro (i due ragazzi protagonisti) diventa quindi il filtro più umano e sincero possibile con cui catturare un ambiente ricco di sfumature e (dis)illusioni, dove un paradisiaco quadretto da cartolina balneare (con tanto di sdraio e cocktail alla mano) si trasforma in uno squallido bar di periferia, oppure dove l’infanzia di molti ragazzi viene completamente assuefatta dalla volontà di crescere repentinamente grazie a una sigaretta, una pistola o un marito da spartire tra la casa e la galera. Selfie, quindi, cova nel suo tessuto tematico le medesime caratteristiche della messa in scena. Non vuole essere una ricostruzione cronachistica, non vuole concentrarsi sulla verità o la denuncia di un dramma che, seppur costantemente presente, rimane sullo sfondo. È invece un film che preferisce anteporre ai dati lo sguardo ingenuo ma sincero di chi quella realtà, quell’ambiente e di conseguenza quella storia, li ha vissuti e continua a viverli giorno dopo giorno, piegandosi e facendosi inglobare da tutto ciò che li circonda. Un labirinto di specchi e di riflessi talmente artificiale e artificioso da risultare, a conti fatti, l’unica maniera possibile per dimostrarsi realmente.

 

Scrivi