Cosa c’è dietro la chiusura di una fabbrica, dietro i licenziamenti, i servizi televisivi, gli striscioni, la rabbia e tutto il resto? Se l’è chiesto Stéphane Brizé nel suo film In guerra (En guerre), in concorso, analisi senza distrazioni sul mondo del lavoro oggi, ma concentrandosi nel momento in cui scoppia la crisi e i lavoratori sembrano perdere ogni valore. Dopo La legge del mercato (2015) il regista di Rennes e l’attore Vincent Lindon si ritrovano per produrre insieme un film importante, sincero e sentito, radicale nella messa in scena, che non si concede mai divagazioni o sospensioni, nessuna pausa se non due brevissime incursioni nella vita privata del protagonista Laurent, delegato sindacale in una fabbrica che sta per chiudere e licenziare più di mille operai. Ma come si arriva a questo punto delle cose? Brizé si interroga e cerca risposte nella concitazione della trattativa sindacale. Ne segue da vicino tutte le fasi, come fosse uno di loro, come la soggettiva di tutti insieme gli operai coinvolti. Primi e primissimi piani che lasciano sfocato il contesto, dibattiti vibranti, discussioni e confronti che si fanno più ricchi e intensi grazie proprio alla presenza di attori non professionisti, anzi, veri sindacalisti e veri operai la cui presenza sembra guidare l’andamento e il ritmo del film. Al resto ci pensa Lindon, il suo andamento discontinuo, tra la collera e l’ascolto, l’enfasi e l’aggressione. Come un animale selvatico che si lascia guidare dall’istinto. L’attore, allora, si rispecchia nel personaggio, che, a sua volta, attinge energia e verità da chi gli sta intorno.

Il processo creativo innescato da Brizé, dunque, sembra un continuo scambio tra la realtà davvero vissuta dai lavoratori e la necessità di metterla in scena e organizzarla in un film. Cogliere la rabbia di ognuno e veicolarla nel modo giusto in modo che diventi collettiva e vada oltre il singolo caso di cui si parla. Quasi un documentario se non fosse per l’esattezza con cui Brizé sa mettere a confronto dimensione economica contro dimensione umana, la sincerità delle persone contro l’inganno della “legge del mercato”. Si sente in ogni inquadratura la lunga ricerca compiuta dagli sceneggiatori per raccogliere materiali e storie, e i colloqui con operai, rappresentanti sindacali, dirigenti, avvocati del lavoro che dovevano, poi, essere “distillati” in una narrazione credibile e vera, descritta in tutta la sua profonda complessità. Perché è evidente fin dalla prima immagine che non siamo di fronte ad un conflitto netto tra bene e male, ma dentro un contesto che ha mille sfumature e mille tentacoli. Le ragioni di chi combatte nonostante tutto, e quelle di chi si ferma ad un certo punto. E poi ci sono le leggi e le superficialità del sistema, anzi, l’abisso che si è venuto a creare tra le due parti e l’ambiguità del potere (il tutto mentre in Francia si consumano da mesi scioperi severi contro la riforma del lavoro ideata da Macron, anche se En guerre va oltre l’attualità in favore di un principio universale da sottoporre all’attenzione del pubblico). La macchina da presa segue tutto con puntalità e sobrietà, capace di cogliere l’attimo multiplo di una conversazione, onnipresente sui volti per sottolinearne le parole. Come un documentario, “ma con la licenza di entrare laddove sarebbe stato impossibile accedere senza lo stratagemma della finzione”.

 

 

 

Scrivi