Robert Eggers

«Il secondo album è sempre il più difficile» cantava Caparezza. Non sappiamo se sia effettivamente così, però è vero che esordire con un’opera osannata all’unanimità è sempre un buon risultato che tuttavia necessita di una conferma successiva. Conferma che spesso è difficilissimo da realizzare. Robert Eggers aveva messo d’accordo tutti quattro anni fa, quando con The Witch (2015) si era imposto come il nuovo talento del cinema horror internazionale. Ora torna dietro la macchina da presa forte di un consenso, e di un’attesa probabilmente troppo elevati che finiscono per schiacciare il suo ego prima ancora che il suo nuovo film. Raccontando la storia di due guardiani di un faro sperduto nel New England alla fine dell’Ottocento, il regista apre il lavoro con una sequenza che lascia ben sperare, giocata completamente su un apparato audiovisivo di strabordante fascino in grado di dettare le coordinate del film e calare lo spettatore in un vortice di cupa tensione domestica dove la natura si fa simbolo e specchio di una crisi identitaria covata fortemente da entrambi i protagonisti. Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, The Lighthouse sottolinea quanto i due termini che formano il titolo siano fondamentali e centrali per lo sviluppo tematico: la luce (the light) non solo del faro, ma dell’intelletto, sarà messa a dura prova da una serie di “sfortunati” eventi, mentre la casa (house) diventa la prigione dalla quale scappare, il carcere dal quale evadere o l’inferno in cui sprofondare in assenza, appunto, di luce.

Il problema più evidente del film è che Eggers stesso finisce per smarrirsi, fagocitato dal contesto narrativo da lui stesso creato e intenzionato a rimanervi a galla tramite una superficie estetica manierista e fine a se stessa (non si contato le citazioni dalla Storia del cinema, così come la scelta di utilizzare un formato praticamente quadrato – 4:3 – e girare il tutto su pellicola). Nonostante la sua apparenza rozza e zozza, The Lighthouse non si sporca mai le mani, rimane freddo, distante, calcolato. Eggers mette decisamente troppa carne al fuoco senza riuscire mai a raccogliere quanto dovrebbe. Ecco allora che il rapporto di amore e odio tra i due personaggi, la sottomissione, la necessità di sottostare a un padrone e di covare un sentimento di (pre)potenza nei confronti di un suddito, le allucinazioni del reale e la pragmatica fantasia sono tutti tasselli tanto vivaci quanto disordinati che non riescono a restituire la totalità di un mosaico troppo ombroso e labile da poter essere apprezzato: un faro debole e incerto nell’orientare i naviganti dispersi nella tempesta. The Lighthouse è un giocattolino simbolico che restituisce l’ego di uno sguardo insicuro e quindi portato a giocare per eccesso, a mettere in mostra gli artigli che non ha sperando di ingannare il pubblico come un illusionista intento a distogliere l’attenzione. Eppure negli spettacoli di magia spesso e volentieri il numero riesce a sbalordire e lasciare a bocca aperta. Lo stesso purtroppo non possiamo dire guardando questo film. Aspettiamo il terzo tassello. Fiduciosi che si sia trattato solamente di un incidente di percorso.

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