chinese-mayor-posterIl futuro di una città sta nella sua cultura. Questo il pensiero del sindaco di Datong Geng Yanbo, che in cinque anni ha radicalmente cambiato faccia a quella che era considerata una delle città più sporche e trascurte della Cina. Certo il prezzo da pagare è alto, il lavoro è difficile perché bisogna affrontare opposizioni e critiche da ogni parte, ma il sindaco protagonista del documentario The Chinese Mayor (presente nella rassegna Mondovisioni che ha preso il via dal festival di giornalismo Internazionale di Ferrara) è pronto a ogni sacrificio e non ha paura di alzarsi alle tre del mattino per affrontare la sua missione quotidiana. Il regista Zhou Hao organizza attorno a lui un pedinamento instancabile, correndogli accanto come la sua ombra, fino al punto da far sentire lo spettatore dentro i fatti e far dimenticare la presenza mediatrice della macchina da presa, proprio come dice lo stesso sindaco alla fine, quando il film torna ad essere il centro del nostro sguardo.

Chinese_Mayor_2 (1)

Nel frattempo, però, abbiamo assistito al cambiamento di una città, o meglio, al realizzarsi di un progetto difficile e non senza ostacoli. Certo, di fronte al desiderio di trasformare la depressa Datong in un luogo culturalmente vivace non possono esserci riserve. Quindi, la demolizione di migliaia di case e baracche abusive, sorte senza controllo proprio ai piedi delle antiche e imponenti mura della città, è l’unica soluzione per far ripartire l’economia culturale e turistica della zona. Tuttavia, quando si va poco più in profondità, ci si accorge che il processo non è lineare, ma nasconde al suo interno effetti collaterali diversi sul piano dell’impatto umano. Bisogna affrontare la questione con tutti gli abitanti “sfollati” e delocalizzati nei grandi palazzi fatti costruire apposta per loro, bisogna prendere in esame le singole vicende, superare le paure di tale cambiamento. Il discorso è più problematico di quanto sembri e lo sguardo così aderente di Zhou Hao ne dà esatta testimonianza. Perché c’è da tener conto del microcosmo che negli anni si è creato tra quelle baracche. L’umanità che ha reso abitabile quel luogo, a dispetto delle poverissime condizioni di vita. Un discorso più spinoso che mai, che lo stesso Amos Gitai aveva affrontato a lungo – senza quasi riuscire più ad uscirne – nell’infinito Waadi. Qui si resta al di qua del confine, si adotta un punto di vista univoco, quello del sindaco e non quello della gente, ma il confine è sempre labile e ci si accorge che sarebbe facile andare oltre ed entrare in quelle casette quasi diroccate per ascoltare le storie degli abitanti, e perdersi. E si sente il tremore del sindaco quando cerca di ascoltare i problemi di tutti, e si vede la sua determinazione ad andare avanti con un progetto doloroso e pieno di spine per immaginare il futuro. È intriso di controcampi accennati questo film, di risvolti possibili/impossibili nei quali è inscritto il senso sfaccettato di un soggetto solo apparentemente semplice e profondamente “cinese”. Perché i cambiamenti sono sempre degli sradicamenti e la polvere e i sassi delle macerie possono restare attaccati agli abiti più tempo del previsto. Lo dice anche Jia Zhangke nel suo costanteChinese_Mayor_3 (1) tentativo di affrontare le trasformazioni di un paese che sembra sempre in bilico tra passato e futuro.  Solo che qui c’è la figura di un sindaco cui è negato il suo personale controcampo. Trasferito in un’altra città, inizierà altrove il suo progetto culturale, lasciando Datong in una indeterminatezza che è il segno forte del presente.

 

Mondovisioni dopo il festival di giornalismo Internazionale prosegue per diverse città in tour (tra cui: Roma/Palazzo delle Esposizioni 6-11 ottobre; Milano/Cinema Beltrade 12-20 ottobre).

 

 

Scrivi